Articolo pubblicato su uno speciale de L’Arena di Verona uscito in occasione del primo anniversario del Papa.

Ormai tutti lo chiamano Francesco, e non perché trascurino il piccolo dettaglio che è pur sempre il Papa. Lo considerano, semplicemente, uno di famiglia. Quando appare in televisione, a molti piace ascoltarlo non per la soave cadenza sudamericana del suo italiano forbito, ma perché sanno già che, qualunque cosa dirà, la dirà pane al pane: tutti potranno capire. Se poi Francesco decide di andare a Lampedusa per denunciare la “globalizzazione dell’indifferenza” e pregare coi migranti, oppure vola a Rio de Janeiro per esortare i giovani di 190 Paesi a trovare “il coraggio della felicità”, si avrà il senso nuovo del suo primo e prorompente anno di pontificato.

Da quando Jorge Mario Bergoglio, l’uomo venuto “quasi dalla fine del mondo”, è diventato “vescovo di Roma”, come ama ripetere perché tutte le strade del mondo ancora lì portano, molte cose sono cambiate. E persino quelle rimaste uguali, come la maledetta crisi, hanno oggi una luce diversa, che lascia intravedere la voglia di voltare pagina.

Il giorno dell’inattesa elezione di Francesco, il 13.03.2013 -forse c’è un destino anche nei numeri-, la Chiesa aveva un Papa che si era dimesso. Non accadeva da settecento anni. L’Italia era senza timoniere, il che accade, invece, sovente. Ma avevamo votato da pochi giorni, e perciò alla perdurante crisi economica s’aggiungevano quella politica di palazzo Chigi e quella religiosa, per chi crede e per chi non crede, di San Pietro. Erano giorni bui.

Perciò, le prime parole di Francesco dal balcone di una piazza che poco o nulla sapeva di quell’uomo candido come il suo vestito bianco, furono di una semplicità dirompente: “Fratelli e sorelle, buonasera!”. Come sorprendente fu la successiva richiesta ai fedeli di pregare loro per lui, mentre il mondo da secoli era abituato al contrario, ai Papi che facevano il segno della croce per noi altri.

E’ passato un anno da quel nuovo inizio che stravolgeva ogni punto di riferimento per diventare un diverso punto di riferimento. Quello di un argentino-italiano che non intende più esercitare un potere bimillenario, ma svolgere una potente missione nell’attualità, esattamente come tutti i suoi preti-soldato in giro per i continenti a confortare gli ultimi della Terra. A costo di riscoprire, come ha fatto, la funzione di “parroco” di Santa Marta, dove vive. E dove attende i fedeli alla fine della messa per abbracciarli e ascoltarli.

Un’originalità che lascia il segno più di tante encicliche: una sorta di “dottrina sul campo”. E’ la novità di un Papa dalla formazione gesuitica, pertanto competente come pochi della tradizione cristiana e cattolica, ma anche consapevole del tempo secolarizzato in cui vive.

Il tempo delle periferie abbandonate e del tifo sportivo per la squadra del cuore, come la sua, il San Lorenzo di Almagro, quartiere di Buenos Aires. Il tempo che va alla disperata ricerca della famiglia perduta, e dei tanti modi per volersi bene. Il tempo della ricchezza straordinaria per una parte del pianeta e della povertà dilagante in molte parti del pianeta. L’epoca della comunicazione e della solitudine. Un universo sempre più complesso, proprio perché non è mai stato così facile conoscerlo da vicino e attraversarlo in libertà.

Ecco, questo Papa di tutti è un pellegrino che ha scelto di camminare lungo l’impervio sentiero del mondo, esortando alla misericordia come bussola nel rapporto fra Dio e l’uomo, e vivendo sempre in mezzo alla gente. Cristo non si è fermato a Eboli.

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