Ecco le aziende italiane che comprano in tutto il mondo

Ecco le aziende italiane che comprano in tutto il mondo

Ha comprato la distilleria Forty Creek Distillery, facendo il suo ingresso nel mercato del whisky canadese per 120,5 milioni di euro. Campari, che in questa storia fa la parte del predatore, non è nuova a operazioni del genere: negli ultimi cinque anni ha comprato in giro per il mondo nove aziende, spaziando dal whisky yankee alla cachaça brasiliana.

«Con l’acquisizione di Forty Creek Distillery – ha detto il ceo Bob Kunze-Concewitz – consolidiamo ulteriormente la nostra massa critica nei mercati chiave del Nord America, acquisendo una posizione di rilievo nel mercato canadese e creando le basi per un’ulteriore crescita negli Stati Uniti. Allo stesso tempo la nostra struttura distributiva internazionale permetterà a Forty Creek whisky di crescere più velocemente al di fuori dei mercati del Nord America».

PREDATORI D’ITALIA

Ma la società del beverage non è l’unica italiana a fare shopping Oltre Confine. Un altro grande compratore è Autogrill, che tiene banco in questi giorni grazie al balzo del 58% degli utili nel 2013, dopo lo spin off di World Duty Free, e soprattutto grazie alle prospettive per il 2014. “Stiamo guardando molti dossier”, ha detto l’amministratore delegato Gian Maria Tondato da Ruas mentre presentava il bilancio. Autogrill è interessata a rafforzarsi ulteriormente in Europa e Nord America, dove ha già una consolidata presenza; e a entrare in Asia, per sfruttare la crescita dei consumi in mercati nuovi.

NON SOLO PREDE

Per ogni azienda italiana che finisce Oltreconfine, ci si straccia le vesti in nome dell’italianità perduta. Ma si parla meno – e senza gridare allo scandalo – se le operazioni vedono le italiane fare shopping nel resto del mondo. Secondo Kpmg, dal 2009 a luglio 2013 le italiane hanno comprato 241 straniere per 23,1 miliardi – con una media costante di 5 miliardi l’anno – contro i 47 miliardi sborsati dall’estero per acquisire 362 pezzetti di imprese italiane. Prima della grande crisi, tra il 2000 e il 2008 il valore annuo dei deal Italia su estero era di 15 miliardi, praticamente equiparabile ai 15,3 miliardi delle straniere in Italia. “Le acquisizioni di italiane all’estero – scrive Kpmg – Nella maggioranza hanno riguardato operazioni di taglia medio piccola, su aziende più facilmente integrabili nel business aziendale”.

PICCOLO E’ BELLO?

I protagonisti di queste operazioni sono tati per lo più imprese italiane di medie dimensioni che soffrono il rallentamento del mercato domestico. Ma non sono mancate big corporate che hanno la potenza di fuoco per combattere nell’arena internazionale. Come Eni, che dal 2008 ha concluso dieci deal, dal Regno Unito al Canada, per un totale di oltre otto miliardi. Luxottica, che è quasi un caso di scuola grazie all’acquisizioni nel 1999 del marchio Usa Ray Ban, ha fatto 7 operazioni dal 2008 spendendo 276 milioni. Anche Recordati, nel settore del pharma, con 358 milioni di investimento è a quota sette: la preda più grossa è russa, la Zao AkvionBrembo, ha concluso cinque operazioni per un valore complessivo di 30 milioni, accelerando sulla Cina, nonostante si occupi di sistemi frenanti. Amplifon, che il colpaccio lo ha fatto nel 2010 con la società australiana Nhc, porta di ingresso per il nuovissimo continente e per l’India vanta tre deal negli ultimi tre anni.

AMERICA E CINA, TERRE PROMESSE

Acquirenti ormai consolidate sui mercati d’Oltreconfine sono Enel che ha inglobato la spagnola Endesa nel 2009 e poi ha fatto piccole acquisizioni a Est dell’Europa (Russia e Romania), in Nord e Sud America. Poi c’è Unicredit che dopo l’Opa su Hypo Vereinsbank nel 2005, ha condotto una vera campagna di conquista dell’Europa dell’Est, partendo da Bank of Austria. Ancora, Lottomatica, nel 2006, ha messo le tende negli Usa con G-Tech. E poi ci sono le neofite, da Fincantieri che nella prima metà del 2013 ha comprato la norvegese Stx Osv. A Ima, produttore di macchine per l’industria farmaceutica, cosmetica e alimentare, che ha puntano sulla Cina con Shangai Pharmaceutical Machinery. O anche microimprese come Safebag, che impacchetta bagagli in aeroporto ed è quotata su Aim, che a ottobre 2013 ha concluso l’acquisizione del 30% di Americas Wrapping Holding, la holding di controllo di Secure Wrap, leader dell’impacchettamento negli Usa, spalancandosi le porte dell’altra metà del mondo.

ultima modifica: 2014-03-16T16:06:33+00:00 da Laura Magna

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: