Si deve ad Adelphi la ripubblicazione in Italia di tutte le opere di William Faulkner. Da Santuario e Pilone. Pilone, in particolare, uscì in Italia nel 1937 per Mondadori, Medusa allora, sotto il titolo “Oggi si vola”. E fu proprio il titolo “Oggi si vola”, per l’appunto, ad attirare la mia attenzione quando, qualche settimana fa, su di esso mi cadde l’occhio mentre passeggiavo per Via Francesco da Paola a Torino. Solo l’altra sera, però, sono riuscito a trovare l’antiquario in negozio e ho potuto concludere l’affare. Ho chiuso a 25 Euro – lui era partito da 60 – anche perché lui l’antiquario ha dovuto convenire che, a giudicare dalla pagina delle parole crociate cui era arrivato, – stava facendo quelle crittografate -, di affari evidentemente non è chiudeva da un po’. Fatto è che ho potuto avere tra le mani il libro, scoprire Faulkner e leggere Pilone nella traduzione di Lorenzo Gigli. L’ho letto d’un fiato e ho ancora una sensazione di vertigine.

Faulkner è un grandissimo narratore capace di infondere nelle sue opere pensiero, parole e un ritmo dionisiaco. Non ha niente a che vedere con i libri di oggi, tranne rare eccezioni, che cercano di raccontare la realtà costruendo le storie come fossero il risultato di ricette: 3 etti di amore, 4 cucchiai di pathos, un pizzico di eros e una spolverata di ironia. No. In Faulkner c’è la realtà assorbita da lui stesso nei tanti ambienti che ha attraversato lungo il suo Mississipi e di cui si è nutrito. Esasperati dalla sua alcolemica scrittura. Provate a leggerlo Pilone e vi troverete catturati dal suo periodare a zig zag sulle orme dei suoi personaggi che non hanno alcun progetto di vita. Che con audacia e disprezzo dell’esistenza, vivono in caduta libera dietro a una scia di farina quando si lanciano con il paracadute. Non vi troverete un borghese neanche tra il pubblico alle esibizioni, là all’aeroporto Feinman.
Vivono la vita al massimo come se ogni giorno fosse l’ultimo. Volano e questo gli dà il punto di vista da uccello, quello che Zweig attribuiva al Nietzsche che aveva scoperto l’Italia. Sono uomini e donne che vestono tute argentate, giubbe sdrucite, che si sporcano di minio e di olio lubrificante con l‘unico obiettivo di superare se stessi, l’indomani mattina, al campo di volo per pochi dollari. Quando rimettono i piedi a terra, solo se intascano i dollari del premio, possono permettersi una stanza di hotel dove trascorrere la notte successiva. Se la gara va male, dovranno rimediare sopra giacigli di fortuna dentro qualche sporchissimo hangar.
Sono uomini del Sud, di quell’America sconfitta una prima volta che è reduce dalla grande crisi del 1929. Ecco, appunto. Il mondo descritto da Faulkner è un mondo che noi di oggi, con la nostra morale, definiremmo ingiusto. Ponendo una, due, troppe sovrastrutture pregiudizievoli. Senza, invece, cogliere l’aspetto anarcoide, libero e spregiudicato di questi personaggi così pieni di vita.
Molti dei nostri giovani, leggete a tal proposito un magnifico articolo di Giuseppe Rizzo su il Foglio, evadono nei videogiochi. Che, come giustamente spiega Rizzo, nulla hanno a che vedere con quei tabernacoli che negli anni 80 si trovavano nelle sale giochi e attorno ai quali vedevi uno o più d’una testa tremare per le vibrazioni indotte sul corpo dal dito che pigiava a non finire sul bottone rosso della consolle. Specie quando si arrivava al mostro della terza pista, tipicamente, il peggiore. Oggi con i videogiochi si gioca a casa. Pomeriggi interi, e anche notti fino allo sfinimento. Non si parla né con i coetanei, né tanto meno con i genitori. Ma, quel che è peggio, è che questi giovani, nel frattempo che le loro menti sono impegnate in qualche avventura digitale in un universo parallelo, non staranno truccando un motorino o uno scooter. Non staranno sfidando se stessi, o i compagni, in una discesa a tutta velocità. A differenza dei personaggi di Faulkner, che se li potessimo sezionare, scopriremmo che sono fatti di fasce e pistoni e nelle vene gli scorre olio lubrificante, i nostri giovani se sezionati mostrerebbero, al massimo, qualche stringa, o qualche circuito stampato. Silicio anziché alluminio. Mi si dirà solo questione di Chimica dei materiali, dunque. Temo proprio di no. Perché là fuori, nella vita che ci e li aspetta, c’è da combattere. E non sarà solo guerra di droni, quella comoda fatta remotamente sempre a mezzo video, tastiera e mouse. La vita quella ordinaria, la più dura, richiede purtroppo ancora fanti e pedoni. Ed è assolutamente noiosissima.

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