Oggi apre al pubblico la mostra su una delle artiste più note e controverse: Frida Kahlo. Amo questa pittrice messicana da sempre, ho seguito la sua arte nelle mostre in giro per il mondo. Letto le sue biografie e visto il meraviglioso film del 2002 (diretto da Julie Taymor) ed interpretato dall’altrettanto splendida connazionale Salma Hayek.
Mi sono appassionata prima al personaggio ed alla sua energia che contraddistingue tutto il suo operato, poi all’artista mistica e poliedrica, icona indiscussa della cultura messicana novecentesca. Purtroppo però la sua storia di sofferenze ha prevalso sempre, arricchita da leggende che si sono ripetute come un mantra. Così per tutti l’artista messicana, attraverso le sue icone, ha acquisito lo status come donna prima e come pittrice poi, divenendo solo recentemente un mito nella letteratura artistica.
Una biografia ricchissima, confusa anche da false dichiarazioni rilasciate dall’artista stessa, compreso la sua data di nascita che amava farla coincidere con la Rivoluzione Messicana, posticipandola dal 1907 al 1910.
Frida ha avuto un’infanzia con una salute già fortemente compromessa da una presunta poliomelite, o spina bifida occulta, anche se non confermate dal suo medico messicano Henriette Begun e dal suo più stretto confidente, il Dottor Eloesser.
La sua salute è poi determinata da un terribile incidente in cui fu coinvolta all’età di 17 anni e tutta la sua arte diviene lo specchio della sua vicenda biografica, segnata dalle innumerevole operazioni e dalle vicissitudini fisiche e psichiche.
La mostra alle Scuderie del Quirinale (dal 20 marzo al 31 agosto 2014) segue una documentazione vastissima, organizzata su dettagli biografici venuti alla luce negli ultimi anni grazie all’apertura di un archivio in un bagno della Casa Azul, a lungo bloccato, e che, secondo il testamento di Diego Rivera, sarebbe dovuto rimanere chiuso per dieci anni dopo la morte di Frida Kahlo. Questi documenti che sono stati studiati e pubblicati, tutt’oggi si concentrano sulla corrispondenza tra il dottore e Frida, correlati dall’album di fotografie privato. Il percorso espositivo si snoda tra foto dell’artista e del suo amato compagno di una vita Diego Rivera. La ricostruzione in filmati, foto e scritti di un amore controverso ed indissolubile, nonostante i tradimenti e le follie di due personalità così uniche ed originali. L’esposizione documenta l’intera carriera artistica di Frida Kahlo riunendo i capolavori assoluti dei principali nuclei collezionistici, raccolte pubbliche e private, provenienti da Messico, Europa e Stati Uniti.
La storia di Frida Khalo è illustrata in modo dettagliato nel percorso delle sale. Accompagnata dalle illustrazioni del periodo storico, delle amicizie e degli amori, delle sofferenze ma anche dei riconoscimenti professionali. Durante la sua vita incontra personaggi delle avanguardie artistiche da Breton e Duchamp in poi. Così la sua arte sfiora ogni movimento, lo precorre e lo interpreta, dandogli una vita propria ed unica. Quell’unicità del suo sentire e del suo vedere attraverso le mani esperte di un’artista che si è formata da sola. Nella mostra è anche ripercorso il periodo che insegna all’accademia di Belle Arti ed il rapporto che stabilisce con i suoi studenti dove trasferisce passione e maestria.
Una donna estremamente innamorata della vita che scrive:<< La vita insiste per essere mia amica e il destino mio nemico>>.
Ed alla domanda retorica di cosa rappresentasse nei suoi autoritratti e quanto lei fosse surrealista e dipingesse l’onirico lei asseriva: <>.
Per amare la sua arte bisogna conoscere la sua storia come donna, passata attraverso il desiderio di avere un figlio con l’uomo della sua vita, ma che tutte le sofferenze fisiche non faranno che impedirglielo. Ed attraverso gli aborti, l’incidente, i corsetti ed i busti metallici, si ritrae con collane di spine, con il volto rigato di lacrime e sangue. Ma la sua forza e la sua creatività trasformeranno questi calvari in dipinti che toccano ogni corda del nostro sentire.

Sono esposti oltre quaranta straordinari ritratti e autoritratti, tra cui il celeberrimo “Autoritratto con collana di spine” del ’40, mai esposto prima d’ora in Italia e immagine della mostra, l’”Autoritratto con vestito di velluto” del ’26, dipinto a soli 19 anni, il suo primo autoritratto, eseguito per l’amato Alejandro Gòmez Arias con l’intenzione di riconquistarlo, in cui lei si ispira a Botticelli e al Bronzino seppur volendo fare del suo autoritratto un’icona moderna, intrisa di glamour e di erotismo.
L’autoritratto per Frida Kahlo è probabilmente l’unica possibilità per sopravvivere a mesi di costrizione a letto a seguito delle operazioni del drammatico incidente, dove sul suo letto vi è uno specchio, e la donna e l’artista cominciano a studiarsi nelle loro sfaccettature.
Frida Kahlo fa di sé il soggetto di ogni quadro, ogni volta questo avviene in un altro contesto, con un altro fondo, ed in un altro ruolo, in un’iconografia di simboli criptati. Nessun dettaglio viene ripetuto e nessuna pennellata è senza significato. Questo vuol dire che nessuno dei suoi quadri sono facili da decifrare, e proprio come solo alcuni punti della sua biografia sono stati chiariti, molti messaggi continueranno a rimanere criptati. La bellezza tipica nei suoi lineamenti messicani e nella profondità dello sguardo sempre velato da una grande tristezza o sofferenza, sono arricchiti dal folclore dei diversi abiti indossati fedeli ai costumi popolari e dalle acconciature di fiori ed intrecci colorati.
Il percorso espositivo, attraverso il tema principale dell’autorappresentazione, presenta la vasta produzione artistica di Frida Kahlo nella sua evoluzione, dagli esordi del Realismo magico misto all’arte folklorica e ancestrale, contagiato dai riflessi del realismo americano degli anni venti e trenta e soprattutto dalle componenti ideologico-politiche citate dal muralismo messicano.
Completa la mostra anche una selezione di disegni, tra cui lo “schizzo a matita per il dipinto Ospedale Henry Ford (o Il letto volante)” del ‘32, ed il famoso “corsetto in gesso” (anche esposto) che teneva Frida prigioniera subito dopo l’incidente e che dipinse ancor prima di passare ai ritratti. Infine sono esposti anche alcuni eccezionali ritratti fotografici dell’artista, in particolare quelli realizzati da Nickolas Muray, per dieci anni amante di Frida, e tra questi “Frida sulla panchina Bianca, New York, 1939” diventato poi una famosa copertina della rivista Vogue.
Ed anche se Frida morirà giovanissima (dopo un’ulteriore amputazione di una gamba), l’impronta della sua vita rimarrà indelebile ed incisiva come il suo segno d’artista, e vivrà così attraverso anche le sue celebri frasi: «La rivoluzione è l’armonia della forma e del colore e tutto esiste, e si muove, sotto una sola legge: la vita»

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