Il Presidente russo Vladimir Putin ha chiesto e ottenuto dal Senato russo l’autorizzazione per inviare un contingente militare in Crimea per “normalizzare la situazione” dopo le proteste e le violenze che hanno portato alla caduta del Presidente filo-russo Yanukovich, alla liberazione di Yulia Timoshenko, e l’instaurazione di un Governo provvisorio in vista delle elezioni di maggio.

La situazione in Crimea è degenerata in modo inaspettato: gruppi armati filo-russi, non appartenenti ufficialmente alle milizie di Putin, hanno circondato gli aeroporti della Penisola, facendo salire la tensione a Kiev e preoccupando l’occidente. Il Presidente Barack Obama ha avuto una lunga conversazione telefonica con Vladimir Putin, intimandogli di fermarsi per evitare conseguenze drammatiche sui rapporti tra Casa Bianca e Cremlino. Anche Francia, Gran Bretagna e Germania hanno fatto sentire la loro voce invitando Putin alla calma e a cercare una soluzione alternativa all’intervento militare. Come azione concreta Francia e Gran Bretagna hanno deciso di non partecipare al G8. Fuori dal coro l’Italia, che malgrado abbia condannato il ricorso alla forza militare di Putin, non intende boicottare il summit del G8 in programma a Sochi.

Mentre l’occidente osserva e fa proclami, la Russia non ha perso tempo e ha inviato decine di aerei da guerra, navi e migliaia di paracadutisti nelle basi militari in Crimea, che già sono presenti legittimamente nell’area del Mar Nero. Le ultime notizie, però, ci parlano di circa 15.000 unità dell’armata russa presenti nella Penisola di Crimea, o nell’area circostante.

Lo abbiamo già detto, ma è bene ribadire che la Penisola, che fu ceduta all’Ucraina nel 1954 da Nikita Kruschev, è a maggioranza d’origine russa (58,5%), mentre il 24,4% della popolazione è ucraina. Malgrado la già forte autonomia rispetto al governo di Kiev (dal 1992, infatti, la Crimea è Repubblica Autonoma), la popolazione non ha mai avuto una reale integrazione e le vicende recenti hanno rappresentato solo il pretesto per poter rivendicare, in modo definitivo, una totale separazione tra la Penisola e l’Ucraina. Non stupisce, quindi, che la situazione in Crimea sia assolutamente tranquilla, come ci riportano gli inviati dei telegiornali nazionali e internazionali: la popolazione infatti appoggia la scelta di Putin.

In un articolo apparso oggi su Huffington Post, il politologo Edward Luttwak parla di un piano segreto per dividere l’Ucraina in due parti. Con tutto il rispetto, non c’è nessuna novità. Che l’intento di Putin fosse questo era abbastanza ovvio anche ai non addetti ai lavori, come si suol dire. In base a questa ipotesi, l’Ucraina si vedrebbe spaccata perfettamente in due parti, con l’area a trazione europea a nord e quella russa a sud.

Al centro di questa disputa ci sono ragioni di vario tipo: 1) una rivendicazione legittima della popolazione della Crimea che chiede autonomia rispetto ad una realtà che non sente propria, 2) gli interessi economici dell’occidente, considerando il ruolo energetico che ricopre l’Ucraina (vedi cartina sotto), 3) gli interessi economici, politici e strategico-militari della Russia, che da sempre ha avuto necessità di mantenere uno sbocco nel mediterraneo, passando dal Mar Nero, 4) l’unità di una nazione che ha faticato a reggere dopo il crollo dell’URSS, l’Ucraina appunto e che rivendica il diritto all’autodeterminazione e alla difesa della propria integrità territoriale.

 

repubblica.it
repubblica.it

Quello che preoccupa, però, è che questa situazione è una riproposizione del clima da guerra fredda con gli USA di Obama da un lato e la Russia di Putin dall’altro. Nel mezzo, l’Unione Europea con le sue ambiguità e debolezze.

Ed è proprio sul ruolo dell’Europa che vorrei ora concentrarmi.

Riprendo le parole del ministro degli esteri francese, Robert Schuman, che il 9 maggio 1950, sul futuro e sul ruolo dell’Europa Unita, disse: “la pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”.

Le elezioni di maggio avrebbero dovuto rappresentare un momento di svolta nella storia dell’Unione Europea; il tempo, invece, ha imposto come verifica anticipata la grave situazione dell’Ucraina e della Crimea. L’assenza di un politica estera comune, di un apparato diplomatico unitario e anche di un esercito dell’Unione, ha messo in evidenza la fragilità della struttura politica dell’UE. Non sembra, inoltre, capace di interventi tempestivi, piuttosto manifesta una lentezza pachidermica, incompatibile con la rapidità con cui gli eventi si stanno sviluppando.

È imperativo, adesso, che l’UE dimostri di esistere non solo come una moderna lega anseatica, tenuta assieme solo da interessi commerciali ed economici, bensì come un’unità politica capace di proporre una soluzione pacifica a questa terribile e preoccupante evoluzione della crisi dell’Ucraina. Dopotutto, è la ragion d’essere dell’UE, quella di promuovere la pace e di essere un argine alle tensioni e alle violenze. Eppure, oggi, i venti di guerra soffiano alle porte d’Europa e non possiamo, e non dobbiamo, permettere che accada.

In che modo può, ora, l’UE essere promotrice di pace e di dialogo?

Difficile a dirsi, ma senza dubbio occorre che l’UE chieda di essere presente in Crimea, che vigili sullo svolgimento del referendum sulla separazione dall’Ucraina. L’UE deve farsi garante dei diritti di tutti, essere presente per offrire sicurezza a tutta la popolazione della Penisola, russofoni e non. Ci vuole una capacità diplomatica senza precedenti e questo impone di non arrivare allo scontro con Putin, di non sfidarlo né minacciarlo.

L’UE ascolti la voce della popolazione che chiede di scegliere del proprio destino politico, ascolti le ragioni di tutti e si faccia garante, ago della bilancia, cuscinetto e salvagente. Che la guerra rimanga un terribile ricordo del passato, che questo spettro resti lontano da tutti noi.

Condividi tramite