Della riforma del Senato della Repubblica se ne parla ormai da tempo e le motivazioni addotte sono per lo più relative alla retorica degli sprechi.

In base a questa retorica in Italia il numero degli eletti in Parlamento è spropositato rispetto 1) al numero di cittadini, 2) agli altri Paesi europei. Ma è davvero così? L’argomentazione stuzzica le menti più disinformate, è funzionale allo scopo di dipingere una struttura istituzionale corrotta e spendacciona ed è parte della propaganda populista di molte aree politiche. Tuttavia, i dati smentiscono categoricamente questa idea.

Se consideriamo il numero assoluto di parlamentari, l’Italia si colloca al secondo posto (950) dopo la Gran Bretagna (1431), ma se il calcolo viene fatto come rapporto in base agli abitanti, il dato cambia. L’Italia si colloca al 22esimo posto per numero di Parlamentari ogni 100.000 abitanti. Il Paese più virtuoso è la Germania.

I dati sono stati resi noti dal Il Sole24Ore a febbraio 2014, quindi recenti e affidabili. Un’altra analisi ci indica invece quanti cittadini sono rappresentanti da ciascun eletto. In Italia 1 eletto rappresenta 64.000 cittadini, nel Regno Unito il rapporto è 1/46mila e in Francia 1/71mila. La Germania resta la più virtuosa con 1/118mila.

Il vero problema italiano è un altro (anzi, tanti altri): c’è una sproporzione enorme tra Pil Pro-Capite(PPC) e compenso di ciascun eletto. Il compenso annuale lordo di un deputato/senatore è attorno ai 144.000 euro a fronte di un PPC di 30.000 euro lordi annui. Il grafico sottostante è esplicativo (cfr. Linkiesta.it).

linkiesta.it
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Poi ci sono l’inefficienza dell’apparato statale, la gestione pessima delle risorse, un comportamento civico non decoroso (evasione ed elusione) e l’insieme dei cosiddetti sprechi.

Va da sé, quindi, che Il taglio del numero di Parlamentari non risolverebbe di per sé, la questione “casta”, né farebbe risparmiare alcunché allo Stato. La riforma del Senato che è ora in discussione rischia di compromettere gli equilibri di potere che il Costituente aveva predisposto quando è nata la Repubblica.

Nessuno è contro l’idea di un superamento del bicameralismo perfetto, che è una oggettiva anomalia ai giorni nostri, ma il problema non è se occorre superarlo, bensì come. La mia formazione sociologica mi impone di riflettere attentamente sugli effetti che una proposta come questa può avere nell’immediato, domani e nel futuro. Il metodo è un’ossessione che mi porto dietro dai tempi dell’Università, poiché il “come” si raggiungono certi scopi e si effettuano analisi o studi, è fondamentale per non compromettere l’output stesso.

Se il Senato viene eliminato e contestualmente viene dato al Presidente del Consiglio un potere aggiuntivo, per esempio la possibilità di revocare le nomine dei ministri, e se l’istituto della fiducia è dato solo alla Camera, allora cosa succederà?

Non abbiamo la sfera di cristallo, ma due ipotesi dobbiamo farle. CI mettiamo sulle spalle della storia, forti del suo insegnamento, e ragioniamo anche per assurdo: e se venisse un individuo un po’ incline al dispotismo? Cosa accadrebbe se quel Presidente del Consiglio avesse alla Camera la maggioranza assoluta? Se avesse modo di fare le modifiche costituzionali senza una camera di compressione (il Senato) e se potesse cacciare di sua iniziativa i ministri che oppongono resistenza?

A me sembra uno scenario di per sé agghiacciante e quindi già solo questa ipotesi remota ed eccessiva dovrebbe essere sufficiente a farci dire: stop! Ragioniamoci su. Non a caso il Presidente del Senato, Pietro Grasso, ha avanzato delle preoccupazioni lecite frenando la corsa di Matteo Renzi.

La democrazia non può essere penalizzata dall’esigenza della “governabilità” e soprattutto non può essere compromessa per i capricci di questo o quel Presidente del Consigli, di questa o quella maggioranza. Le regole, il metodo ancora, in una democrazia sono fondamentali. Gli equilibri tra poteri sono una garanzia di reciproco controllo e tutela degli interessi di tutti. 

Ho trovato davvero assurdo, e poco democratico, che Renzi abbia detto ai suoi “o votate o faccio approvare la proposta con i voti di Forza Italia“. Non è l’approccio giusto, non è il modo giusto di porsi per uno che si identifica con il cambiamento. Così come è stato del tutto fuori luogo che Debora Serracchiani, persona per bene, abbia suggerito a Grasso “ricordati chi ti ha eletto“. Minacce inaccettabili, per di più perché arrivano da esponenti del cosiddetto Partito Democratico.

In Direzione Nazionale Renzi ha presentato le sue idee, ma non ha sottoposto, as usual, alcun documento da valutare e votare, non ha aperto alla possibilità di integrazioni alle sue proposte e anzi ha reso il tutto “non emendabile“. Forte della maggioranza che gode nel PD adesso, vuole costringere i deputati e i senatori, che lo ricordiamo, “non hanno alcun vincolo di mandato” a votare ciò che la direzione di un Partito ha deciso.

Non funziona così in democrazia, non è questo che accade nel Parlamento, Renzi deve capirlo e i parlamentari non devono assolutamente disattendere gli obblighi che hanno verso tutti i cittadini, verso la loro coscienza e nei confronti della Costituzione su cui hanno giurato di asservirsi.

Renzi perde di autorevolezza, anche se acquista sempre più autorità e verticismo, quando si rifiuta di ascoltare e confrontarsi con le minoranze del PD. Per altro, se avesse ascoltato e accolto le indicazioni dei suoi (minoranze sì, ma pur sempre del PD), avrebbe letto una proposta davvero intelligente, sensata e ben fatta, di Giuseppe Civati e del Prof. Andrea Pertici.

Occorre ripensare a questa riforma del Senato, non va eliminato, va riformato. Non vanno solo ridotti i parlamentari, ma anche ridotti i compensi e nel documento dell’area Civati tutto questo c’è. Domanda delle domande: perché Matteo Renzi preferisce contrattare con Forza Italia piuttosto che con il suo stesso Partito? 

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