Vi spiego perché le Camere di Commercio non sono da rottamare. Parola del prof. Hinna

Vi spiego perché le Camere di Commercio non sono da rottamare. Parola del prof. Hinna
Le Camere di commercio sono all'avanguardia per la gestione della performance, per la trasparen­za e per l’adozione di strumenti per la lotta alla corruzione. L'analisi di Luciano Hinna, docente di Economia delle aziende pubbliche all'Università di Roma Tor Vergata, che sarà pubblicata sul prossimo numero della rivista Formiche

Ogni volta che viene avviata una riforma, qualunque sia il suo oggetto, la Pubblica amministrazione si divide e si stratifica. Da un lato c’è un atteggiamento burocratico di chi in prima battuta cerca l’interpretazione che consenta di affermare che la nuova norma si applica per tutti ma non per il proprio ente, e ci si chiama così fuori dal perimetro di ap­plicazione. Poi ci si interroga su quali sono le sanzioni se non si dovesse applicare la norma e infine se proprio si deve fare qual­che cosa, ci si appiattisce sull’adempimento facendo il minimo indispensabile senza stravolgere troppo l’esistente. Questo atteggia­mento, di cui è ricca la cronaca delle riforme della nostra Pa, va sotto il nome di “rispetto dell’adempimento senza riformare nulla”: distillato di burocrazia pura.

LE CAMERE DI COMMERCIO E LE NORME DI RIFORMA

Fortunatamente, esistono però altre ammi­nistrazioni che invece leggono le norme di riforma non come una minaccia organiz­zativa, ma come l’occasione per fare e per innovare. Le Camere di commercio sono tra queste: si sfrutta la norma per rendere ur­gente ciò che prima era solo importante sa­pendo che l’innovazione marcia sempre sul­le gambe delle esigenze e non su quelle delle norme. Ma le norme nel nostro ordinamento comunque servono e danno titolo a fare.

I PIONIERI, GLI IMITATORI E GLI INERTI

Questi due atteggiamenti opposti consento­no di segmentare gli enti e le famiglie pro­fessionali che al loro interno operano in tre grandi categorie: “i pionieri”, “gli imitatori” e “gli inerti”. I primi sono gli apripista, gli innovatori per Dna culturale, i secondi quelli che seguono, copiano e adattano e infine gli ultimi sono quelli con il freno a mano tirato, quelli che aspettano, per dirla alla Eduardo, che passi la nottata, che cambi il ministro, che la cosa rientri, che un ricorso blocchi tutto.

LA CATEGORIA DELLE CAMERE DI COMMERCIO

Le Camere di commercio per una se­rie di fattori e con tutti i distinguo legati alla dimensione, ai meridiani e paralleli tecnici e culturali, tendono a collocarsi quasi sempre tra i pionieri e le avanguardie. Limitandoci alle ultime stagioni normative si può tran­quillamente affermare che è stato così per la gestione della performance, per la trasparen­za, per l’adozione di strumenti per la lotta alla corruzione: le tre grandi riforme degli ultimi cinque anni. Su questi temi le Camere di commercio hanno fatto scuola tanto che la stessa Civit, oggi Anac, attraverso conve­zioni ed accordi ha utilizzato le (best) practice delle Camere per offrire spunti operativi ed esempi ad altre amministrazioni.

TRE PUNTI DI FORZA

I motivi di questa favorevole situazione vanno ricercati in tre punti di forza. Le Camere di commercio sono dei centauri culturali: per metà amministrazioni pub­bliche, quasi enti locali, ma per metà sono strutture quasi private per l’aria che si re­spira nei loro Consigli di amministrazione composti da imprenditori e per la pressione sui risultati esercitata dalle stesse imprese che a esse chiedono servizi e supporto. Sono certo amministrazioni, ma sono amministra­zioni diverse con storie diverse, con profili professionali diversi che si confrontano con la domanda di efficienza delle imprese del settore privato; esse operano, anche se in monopolio, in concorrenza di immagine tra loro anche se sono distanti chilometri e han­no tutte una storia operativa quasi sempre segnata da passaggi non di burocrati, ma di imprenditori e professionisti che ne hanno scandito e sedimentato le stagioni organizza­tive. Elementi questi che non si riscontrano in altre amministrazioni.

Il secondo elemento è un approccio operati­vo molto pragmatico: si muovono in gruppo, non si nascondono dietro il solito alibi “noi siamo differenti” per nascondere il non fare; certo, Roma e Milano, se non altro per nu­mero di dipendenti e aziende aderenti, non sono uguali a Rieti o Cosenza, ma qui entra in gioco il ruolo di Unioncamere. Un’associa­zione di categoria di secondo livello, che al contrario di altre strutture simili svolge un ruolo trainante e importante: fa da delivery unit delle riforme, da laboratorio di metodo­logie e tecniche, da centro di sperimentazio­ne, da elemento di diffusione ed evangeliz­zazione tecnica che consente quell’allinea­mento sull’alto che non è riuscito a tante al­tre categorie di amministrazioni pubbliche e gestionalmente meno complesse. Il sistema camerale, posizionandosi da sempre sulle esigenze si trova costantemente un attimo in anticipo quando arriva il momento di ap­plicare le norme. La cosa non è di poco conto anche se sfugge a chi guarda le Camere di commercio con superficialità dall’esterno. Per onestà va detto che, a differenza di altre Pa, dispongono di risorse finanziarie dedica­te, ma sta proprio nel dedicare risorse a pro­getti innovativi la scelta gestionale vincente che a sua volta poggia su due leve potenti: la formazione e il meccanismo del fondo pe­requativo che, finanziando progettualità di sistema, consente una solidarietà tecnica an­che per le Camere più piccole, meno ricche e meno strutturate.

Il terzo elemento, infi­ne, è il supporto informatico e tecnologico fornito da Infocamere, altra struttura della rete, che ha consentito di realizzare progetti di sistema realizzando notevoli economie di scala ed evitare il solito errore di realizzare ciascuno per conto proprio sistemi e suppor­ti diversi, che poi non si parlano tra loro, a costi diversi e spesso elevati e senza risultati. Spesso nelle nostre Pa si confonde la spesa con l’investimento: se si spendono soldi e la produttività non aumenta, non si realizza­no investimenti, ma si sono semplicemente sostenute delle spese e forse realizzati degli sprechi. Questo nel sistema camerale non è avvenuto: un’eccezione che dovrebbe esse­re la regola.

La conclusione è che il modello operativo delle Camere di commercio e del sistema camerale è certamente migliorabile, va letto oggi come un caso da imitare, osser­vare e studiare attentamente.

Luciano Hinna

Docente di Economia delle aziende pubbliche presso l’Università di Roma Tor Vergata

(Articolo pubblicato sul numero di aprile della rivista Formiche)

ultima modifica: 2014-04-07T15:31:44+00:00 da Luciano Hinna

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