Erano dall’altra parte della strada sul Corso, una mattina assolata, calda al punto che alcuni facevano già il bagno. Pietro e Ciccio. Attraverso e gli vado incontro. Un sorriso gli illumina gli sguardi. Era un po’ che non ci vedevamo, in effetti.
Pietro: – Ti ricordi chi sono io -. E Ciccio senza darmi il tempo di rispondere prende e fa a Pietro: – Non vedi come si è buttato verso la nostra parte? -.
Mi offro per offrirgli un caffè. E loro, con uno sfasamento di pochi decimi di secondo, all’unisono, rispondono:- Solo se lo offriamo noi -. Che vuoi insistere a fare. – Va bene -, dico.
E loro: – Ma devi venire con noi, quanto tempo hai? -.
– Beh non molto. Ce la facciamo in due, tre ore? -.
Ecco. Seguì una risata generale. Perché con gli amici, specie con gli amici di Saro, i miei amici della terra acquisita, lato Scilla di fronte a Cariddi, è tutto un’esagerazione la chiacchiera. E’ tutto un ruotare attorno all’ironia, allo sfottò, all’iperbole e allo spiazzamento. E’ un copione d’improvvisazione. Che ne devono sapere quei mangia api giganti (trad. muccalapuna) che ridono di Ale e Franz in “Buona la prima”.
Saliamo in macchina e andiamo per il caffè. Un pretesto come un altro per altre chiacchiere. E il discorso non poteva finire che su Sarino. Che manca a tutti. A me che ebbi la fortuna di esserne, per un tratto, parente acquisito e amico, pure. E a loro che ne furono amici nel senso più vero e profondo del termine. In particolare Pietro. Che non riesce a farsi forte contro la nostalgia neanche con l’ironia. E, infatti, mentre la rabbia della mancanza gli gonfia l’esofago, prende e fa: – Non faceva neanche un pirito senza convocarmi! Gli avevo chiesto di farmi suo nipote proprio qualche giorno prima che partisse per andarsi a mettere sotto quei ferri che se lo sono portato via -.
– Sai come mi rispose ? Mi mandò a quel paese -.
Andiamo avanti per un po’ a parlare. Ognuno con il suo aneddoto. E a furia di raccontarne lo abbiamo riportato, in fondo, in vita per un po’.
Di tutti, uno, rappresenta bene il senso dell’amicizia. A carte, raccontava Pietro, giocavano spesso. Con la scommessa sopra. Ma le regole erano rigidissime. Chi vinceva aveva diritto di sfottò ma doveva pagare da bere all’altro. Motivo per cui si giocava per vincere, con grande accanimento. Perché non c’è cosa migliore di prendere per il culo l’amico dopo avergli offerto da bere.
Tornando verso casa, di fronte a uno dei pochi cantieri aperti, perché al Sud, specie a quelle latitudini il lavoro esiste solo nella sua forma plurale, ovvero i lavori dell’Autostrada, Ciccio ferma la macchina perché Pietro potesse leggere sul cartello le imprese che se l’erano aggiudicato. Al che chiedo: – Maleodoranti? – E loro assieme: – No, puzzolenti proprio! -.
Prima di salutarli, gli dico che senza Saro mi capita sempre più spesso di fare dei pranzi solo con 6, 7 anche 8 fimmini. Di tutte le età!
E loro, ridendo: – La prossima volta, sai che fai, ci dici a Melina di farci cercare. Dicci – chiamatemi a Pietro o a Ciccio -. E noi così prendiamo e ti veniamo a prelevare. Sennò a che servono gli amici! -.

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