“Finalmente l’uomo giusto”
(Campagna elettorale di Emma Bonino, 1999)

Il gran ballo delle nomine nelle aziende pubbliche ha visto, per la prima volta, la partecipazione di numerose dame. Si può discutere, e lo si sta facendo, sul fatto che nessuna delle donne indicate per i vertici di Eni, Enel, Poste e Terna avrà incarichi operativi, ma il passo avanti e il segnale sono innegabilmente importanti.

Il vero progresso lo avremo però se questi segnali non resteranno un caso isolato e se sapranno attivare una sorta di effetto-traino sull’occupazione femminile, manageriale e non solo.

Occupazione femminile che, è bene ricordarlo sempre, rappresenta uno dei grandi buchi neri del sistema economico italiano, una potenziale leva di sviluppo e di crescita totalmente sottoutilizzata, oltre che uno dei fattori determinanti di quei tassi globali di disoccupazione che periodicamente ci fanno gridare allo scandalo.

Le cifre dicono talvolta più di tanti discorsi: nel 2013, secondo le elaborazioni del centro Studi Confindustria su dati Eurostat, il tasso di occupazione femminile in Italia tra i 20 e i 64 anni è stato pari al 49,9%. questo significa 20 punti percentuali meno degli uomini e oltre 12 punti in meno rispetto alla media delle donne europee.

In parole povere, tra le lavoratrici attive, solo una su due riesce davvero a trovare un posto di lavoro, percentuale che scende a una su tre nel Sud Italia.

Le cose non vanno tanto meglio per le donne che hanno una formazione universitaria, anche sul piano retributivo. I dati AlmaLaurea indicano che nel 2013, a un anno dalla
laurea specialistica, lavorava il 63,0% degli uomini, contro il 55,5% delle donne. Subito
dopo la conclusione del percorso formativo si manifesta anche un marcato divario salariale:
a un anno dalla laurea i ragazzi guadagnano il 32% in più delle loro colleghe, a cinque
anni il differenziale è ancora del 30%.

Tutto questo ha del paradossale, considerato che le donne sono considerate più affidabili negli affari, ottengono voti di laurea più elevati e si laureano prima, e più in generale si dimostrano capaci almeno quanto gli uomini.

Uno dei motivi, se non il principale, alla base di questa disparità è che tutti i dati concordano sul fatto che sono le donne a sostenere quasi interamente i costi della conciliazione tra
famiglia e lavoro. E, spinte fuori dal mercato del lavoro dalla bassa copertura di servizi per l’infanzia, faticano poi a rientrarvi.

Una possibile conclusione è che se si vuole davvero incidere sulla disoccupazione in Italia, prima ancora di pensare a forme contrattuali più o meno flessibili, sarebbe opportuno incrementare il numero degli asili nido, magari agevolandone l’istituzione all’interno dei luoghi di lavoro. Ne beneficerebbero il tasso di occupazione e l’intera economia nazionale, con un possibile incremento del Pil del 7%.

Cosa aspettiamo?

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