Conversazione con Fabio Scacciavillani, capo economista Oman Investment Fund e in precedenza al Dubai International Financial Center, alla Goldman Sachs, alla Bce e al Fondo Monetario Internazionale.

Fabio Scacciavillani non si stupisce più di tanto dello stallo fra Alitalia e Etihad. Scacciavillani è capo economista Oman Investment Fund e in precedenza ha lavorato al Dubai International Financial Center, alla Goldman Sachs, alla Bce e al Fondo Monetario Internazionale.

Scacciavillani, perché non si meraviglia che Etihad stia ponendo forti condizioni per rilevare circa il 40% di Alitalia?

Non sappiamo se Etihad ha rinunciato definitivamente, ma la sostanza è questa: il valore di un’impresa è data dalla somma dei suoi profitti futuri. Alitalia nelle attuali condizioni non è in grado di generare alcun profitto ed è gravata da debiti insostenibili. Al limite mi sono meravigliato che Etihad abbia mostrato interesse, ma evidentemente sperava che il governo italiano e gli azionisti avessero preso atto della realtà e volessero assumersi le loro responsabilità.

Quanto vale secondo lei Alitalia? 

Al momento, nelle attuali condizioni, Alitalia vale meno di zero. Sarebbe fantascienza ipotizzare persino che qualcuno la accetti in regalo senza cambiamenti epocali mai sperimentati nella palude italiana.

Perché Alitalia non è appetibile?

Alitalia è una linea aerea zombie tenuta in piedi finora grazie a una posizione dominante nei voli interni su cui pratica prezzi di fantasia (per non dire di peggio). Nei voli intercontinentali, dove le altre linee aeree generano profitti, ha una presenza risibile e sui voli europei ha una struttura di costi non competitiva derivante dalle note, deprecabili follie sindacali e dall’incompetenza del suo cosiddetto management. Per turare le falle sotto la linea di galleggiamento si è organizzata un’operazione oscena e costosa coinvolgendo una società di Stato, Poste Italiane, in attesa (secondo le grandi menti aduse ai sottoscala dei ministeri) di trovare il gonzo a cui rifilare il pacco.

Che fare dunque secondo lei?

1) Rinunciare a credere che Etihad o chiunque altro abbia l’anello al naso e venga a Roma a inchinarsi dinanzi a personaggi con vistose toppe benché nascoste dai cuscini dei divani lisi. Il governo, il sindacato, le banche e chi si è ingrassato (materialmente ed elettoralmente) su Alitalia per decenni, si crogiolano nell’illusione di abbindolare persone serie o imprenditori internazionali di prim’ordine con chiacchiere vacue da retrobottega. Pateticamente vagheggiano o pietiscono un assegno in bianco per continuare l’andazzo e foraggiare le clientele.

2) Le banche dovranno azzerare quasi tutti i debiti oppure trasformarli in una specie di rendita perpetua di cui non rivedranno che una piccola parte del capitale in un futuro misurabile in decenni.

3) Il numero di dipendenti va ridotto in modo drastico, non solo per eliminare quelli in eccesso, ma soprattutto per eliminare quelli incapaci e assenteisti. A quel punto si potrebbero assumere giovani motivati e preparati invece delle anime morte raccomandate e imbullonate alle sedie.

4) Va risolto il nodo Malpensa che al momento va bene al più come scalo per Varese e Lugano. O si potenziano i collegamenti ferroviari non solo con Milano e l’hinterland ma con il resto del Nord Italia oppure si chiude senza troppi rimpianti. Idem per i collegamenti da e per Fiumicino. Non è possibile che il treno da Termini sia antiquato, che quello da Tiburtina viaggi alla velocità di un merci sub sahariano e che da Napoli o da Firenze non vi siano collegamenti in alta velocità al Leonardo da Vinci.

Non pensa che Air France potrebbe tornare a mostrare qualche interesse, seppure a pochissimo prezzo?…

Alitalia, come detto, nelle condizioni attuali vale meno di zero, e prova ne sia che Air France, il cui vertice conosce la situazione a menadito, si è sfilata sia dall’aumento di capitale che da ogni successivo negoziato. Nel 2008 aveva scommesso sul fatto che i “patrioti” italiani finissero il lavoro sporco politico-sindacale (magari lontano dai riflettori) per rimettere in piedi la baracca. Hanno sottovalutato colpevolmente le incrostazioni e le melme romane (in questo, va detto a loro parziale scusante, turlupinati dai padrini politici) e si stanno leccando le ferite. Non mi sembra plausibile che se ne vogliano infliggere altre più profonde, dolorose e purulente.

Quindi che cosa auspica?

Alitalia è una zavorra per il Paese e soprattutto per il turismo e la logistica del sistema industriale. Una specie di Ghino di Tacco che taglieggia quelle poche parti sane del sistema Italia a beneficio di qualche centinaio di privilegiati sindacalizzati. O si adotta la terapia d’urto oppure è di gran lunga meglio che Alitalia fallisca. Se Berlusconi non si fosse intromesso indebitamente nel 2008, non saremmo di nuovo a questo punto.

(L’intervista riporta opinioni assolutamente personali che non riflettono quelle di alcuna istituzione a cui l’intervistato sia tuttora o sia stato affiliato in precedenza. L’Oman Investment Fund non ha alcun interesse presente o passato, di alcuna natura in Alitalia, in sue consociate o in altre aerolinee)

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