Tanto il segretario-premier si sta rivelando efficace su questa linea, tanto più emerge con chiarezza il vuoto ideale e di cultura politica dell’arcipelago che fa riferimento al Ppe.

Matteo Renzi si sta imponendo sulla scena politica e mediatica come un vero e proprio ciclone. Solitamente, i leader politici fanno campagna elettorale per conquistare Palazzo Chigi.

L’ex sindaco di Firenze sembra aver scelto la modalità opposta. Da quando è divenuto capo del governo ha iniziato quella che sembra a tutti gli effetti una comunicazione rivolta a ottenere un consenso di breve termine, come è per una campagna elettorale. Slogan, immagini, battute, piroette varie: questo il menu di chi ha avuto accesso alla massima responsabilità dell’esecutivo
senza un battesimo popolare e che magari lo cerca con il primo appuntamento utile, ovvero le europee di fine maggio. Se la tattica coincide con la strategia e se queste sono comunque coerenti fra loro, è un’analisi che potrà essere compiuta solo fra qualche mese.

La valutazione però sulla linea “politica” del segretario del Pd può essere fatta, seppure provvisoriamente. Il giudizio in questo senso può essere positivo e lo dichiariamo senza imbarazzo (con la stessa franchezza con cui segnaliamo tutti i limiti dell’azione di governo nelle prime settimane). Renzi ha fatto una scelta di campo e ha collocato il suo partito nel Pse senza più equivoci. Non solo. Ha scelto di re-interpretare la sua collocazione a sinistra ma partendo dal presupposto che questa è, per l’appunto, a sinistra. Lavoro, scuola, tassazione delle rendite finanziarie, sostegni alle fasce più deboli e povere della società, tagli alla difesa sono infatti parole d’ordine di sinistra, anche se rielaborate in una chiave moderna che cerca di superare gli stereotipi conservativi del ‘900.

Tanto il segretario-premier si sta rivelando efficace su questa linea, tanto più emerge con chiarezza il vuoto ideale e di cultura politica dell’arcipelago che fa riferimento al Ppe, diviso fra chi sostiene Renzi e chi è all’opposizione. In entrambi i casi senza profonde giustificazioni politiche. Chi coltiva in Italia le constituencies delle imprese, della competitività, della riduzione del carico fiscale, dell’identità atlantica e così via? Nessuno. La riduzione a due – Renzi e Grillo – è una dinamica naturale considerate le capacità dei due leader ma del tutto anomala se teniamo conto che proprio l’area che potremmo definire popolare o di centrodestra ha una tradizione
maggioritaria in Italia (con la Dc prima e con Berlusconi poi, nonostante le enormi
differenze fra il primo partito e la seconda esperienza). Questo premier non è
l’ultima spiaggia ma potrebbe anche esserlo. Se alla sua destra non si costruiranno
le basi – anzitutto culturali – per una proposta di governo alternativa.

Il Nocciolo della rivista Formiche – Aprile 2014

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