Vi prego, ditemi dove sono. Non so più dove sono. Nessuna faccia, nessun luogo mi è familiare. Passeggio, fumo e nulla di ciò che mi circonda mi parla. Neanche i ghirigori del fumo mi paiono familiari.
Sono dentro a un campus universitario. Giovani studenti bivaccano sui prati, appollaiati su muretti e panchine. Chi ha i calzoni corti, chi è scalzo, chi a torso nudo. Un gruppetto gioca a palla, altri a frisbee. Di tanto in tanto qualche professore si mescola ai serpentoni di studenti che si spostano da un’aula all’altra, ma di nessuno di loro ho memoria. Fa caldo, il cielo è terso. Ma dove sono finito?
Poco più di dieci anni fa, nulla era così. Ammesso facesse caldo, non c’erano spazi all’aperto per quelli che allora erano gli allievi ingegneri. Non studenti, va da sé. La maggior parte di essi erano esemplari di una specie ormai estinta che aveva un’estetica ben precisa: occhialuti, pelati, svasati, dall’incedere sbalestrato per via di tracolle che portavano il sapere cartaceo. Il sudore era la cifra olfattiva dei corridoi lunghissimi che collegavano aule ad aule.
Le voci che si rincorrono nel campus sono, ora, assai spesso quelle di conversazioni telefoniche. Tutti connessi sono questi studenti, di tutti i colori del mondo. Con tanto di auricolare. E parlano tutte le lingue del mondo. Uno studente di colore, in un angolo eletto a cabina telefonica, con il suo i-phone sta urlando a qualcuno dall’altra parte dell’etere. Il tono è accesso, in francese sta spiegando all’interlocutore che così non ci si comporta. Sul muretto di fronte ci sono alcuni studenti che conversano in inglese e poco distante, ancora, una ragazza sta con il reggiseno praticamente fuori da una maglietta, dal girocollo che è più un giroascella, a prendere il sole. Ha gli occhi chiusi e l’i-phone che fa da walkman.
Non so più dove sono. E questo sole proprio non lo posso sopportare. Ancora peggio il cielo così terso.
Mi metto seduto al centro del parcheggio interno, quello destinato alle auto degli studenti, che al momento è vuoto perché stanno facendo dei lavori di allargamento. Sono solo, distante da tutti. Provo a descrivermi, muto, tutto ciò che mi circonda come Stifter faceva alla fine dell’Ottocento sminchiato, lui peggio di me, di fronte a un mondo che gli stava cambiando sotto i piedi. Penso al gallo silvestre, penso a Gasperino il Carbonaro quando si svegliò nella casa del Marchese del Grillo e mi chiedo se tutti questi intorno non siano pupazzi messi a posta per tendermi un brutto scherzo. Penso ai luoghi che un tempo erano un riferimento. La Chiesa, il castello, il campanile. Dove sono finiti questi luoghi? Barriere che confinavano l’errare incerto e disorientato dello sguardo lungo l’orizzonte.
Le Chiese, quelle nuove sono case di mattoni rossi di risulta recuperati da qualche edificio eretto nel quartiere in nome di un eccesso di morigeratezza. Oppure sono posticce riproposizioni di stili che furono in chiave moderna. Corpi morti senza un’anima. Senza il carattere, il pensiero e lo stile che l’epoca sua aveva fabbricato. I campanili crollano per via della spending review. E così i Castelli pure. Che non hanno altro destino se non quello di diroccarsi, non foss’altro per il global warming. A chi verrebbe mai in mente l’idea di rifinestrare e riscaldare ambienti così grandi. Neanche le grandi fabbriche ci sono più. Anche nella città più inquinata d’Italia le fabbriche sono diventati centri commerciali. Officine sono diventate off – fucine. Fabbriche dello spegnimento.
Il materialismo e la ragioneria ci stanno divorando. L’architettura pure lei è tutta un utilitarismo. Tutta una “scia”, tutta un risparmio di suolo, tutto un dannatissimo “save” – “save” e “safety”-“safety”. E se disgraziatamente provi ad alzare lo sguardo, ecco il grattacielo. Quello costretto a non essere troppo alto, che non riesce a toccare questo cielo così blu, a cui nessuna nuvola fa mai visita neanche per una grattatina alla schiena. Lassù.

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