Non c’è esercizio migliore per stimolare la propensione all’uso della lingua italiana, la curiosità intellettuale, l’estetica e la sensibilità di ciascuno che cimentarsi nel commento di uno scatto fotografico. La realtà immortalata dentro a un orifizio, quello della macchina fotografica, che nella chimica dei sali una volta, in quella digitale del silicio oggi, riesce a cogliere i dettagli di ciò che ci circonda godendo dello spirito che vive nelle cose, nelle persone. Nella vita che ci passa accanto o a cui passiamo accanto. Senza rimanerne indifferenti, potendo gioire del suo barbarico Yawp.
Prendete questo scatto, ad esempio. E lasciate perdere ogni forma di dietrologia. Lasciate stare tutte quelle sovrastrutture da società civile, quote rosa, popoli viola, petali blu e lines seta ultra.
Se fossi un insegnante di Liceo proporrei come tema in classe l’analisi di questo scatto. Chiedendo agli allievi di lasciarsi andare alla loro fantasia e di immedesimarsi nel fotografo che seppe cogliere quel ben preciso momento.

Io ci colgo tutta la femminilità possibile. La caviglia fina, ca t’arruvina. Quella peculiarità tutta femminile di farsi sfuggire le cose, vezzo quanto mai necessario da segretarie anni 70 e 80 alla posa successiva, quella chinata, per raccoglierle in modo tale da stirare il tendine che dal calcagno sale dentro al polpaccio offrendo allo sguardo di chi l’osserva una traiettoria obbligata.
Leonardo non avrebbe saputo descrivere meglio la meccanica del gastrocne dimidiato tra la compressione indotta dal tacco e la trazione del piegarsi del busto in avanti.
Non ci sono uomini nella foto che, spinti da un istinto di cavalleria, si offrano per aiutare le tre donne nella raccolta dei fogli sparpagliati. Forse, gli uomini sono tutti alle spalle del fotografo. Ciascuno con il suo grand’angolo per immortalare sulla retina lo stesso istante.
La parte più interessante dello scatto è certamente la parte che non si vede. Le tre donne, dall’altra parte dei loro imperiosi fondoschiena, se la staranno ridendo accovacciate, per nulla indispettite dalla folata di vento improvvisa e dispettosa. Staranno riempiendo con la chiacchiera un po’ civettuola tutta l’eternità dello scatto che distrugge il canone del tempo. Sapendo che la loro bellezza, proprio nella contingenza di un impiccio, può di colpo, con la geometria di una posa che finisce dentro a uno scatto, diventare eterna e far l’uomo uno straccio.

P.S: ripetere il test sugli studenti dopo avergli assegnato da leggere il nuovo volume di Melania Mazzucco “Sei come sei”. Inoltrare gli elaborati a un’equipe psicodinamica.

Condividi tramite