Senza volere entrare in decisioni ovviamente personali e riservate, ecco alcune indicazioni utili per guidare le scelte degli indecisi per il voto del 25 maggio.

I sondaggi che appaiono quasi quotidianamente in materia di elezioni in programma il 25 maggio suggeriscono che in Italia un terzo circa degli elettori non sa per chi voterà. Numerosissimi chiederanno alla propria coscienza quale lista e quale candidato scegliere soltanto negli ultimi giorni. Senza volere entrare in decisioni ovviamente personali e riservate, alcune indicazioni possono essere utili per guidare le scelte.

Occorre, in primo luogo, tenere presente che il 25 maggio si terranno due tipi di elezioni molto differenti: quelle per il Parlamento Europeo da leggersi sia in un’ottica di equilibri parlamentari europei sia con una visione alla dinamica politica interna italiana: quelle amministrative da intendersi essenzialmente nel contesto di problemi locali (ossia comunali) e delle poche Regioni coinvolte (Piemonte, Abruzzo).

Ipotizzando che i temi e la qualità dei candidati domineranno le elezioni comunali e regionali, occorre chiedersi se nel votare per il Parlamento Europeo debbano prevalere criteri connessi ad un’ottica di equilibri parlamentari europei oppure guardando alle dinamiche politiche italiane. I parametri di valutazione e, soprattutto, i criteri di scelta possono essere differenti (ed anche divergenti).

Guardando agli equilibri parlamentari europei, sarà forse la prima volta in cui un esito probabile sarà una forte affermazione di liste e candidati “anti-federalisti”. Si è scelto l’aggettivo con cura perché si tratta di una gamma molto variegata – da chi è contrario all’Unione Europea quale è stata negli ultimi anni a chi si oppone ad un’integrazione europea anche politica, a chi vorrebbe “un’Europa delle Patrie” su schemi gaullisti, a chi vuole allentare questi o quei vincoli dell’unione monetarie. E differenze sono tali e tante che difficilmente formuleranno un programma coeso una volta a Bruxelles e Strasburgo.

Tuttavia, prenderanno voti, e seggi, agli altri maggiori partiti, il Pse ed il Ppe. I sondaggi sembrano dare vincente il Pse; ciò vorrebbe aprire la strada ad un allentamento delle politiche di austerità, che troverebbe l’appoggio di parte delle liste “anti federaliste”. Senza un Ppe in grado di esercitare se non più la guida, almeno una forte opposizione, si finirà per ripensare parte dell’Europa costruita in questi anni e a lasciare l’unione bancaria incompleta.

Su piano interno, le regole sono tali che molte piccole aggregazioni o non supereranno le soglie di sbarramento o eleggeranno solo uno o due della settantina circa di spettanza all’Italia. In effetti, ci saranno tre blocchi: in ordine alfabetico, FI, M5S e PD. I sondaggi sembrano indicare che PD e M5S (in quest’ordine) prevarrebbero. Ciò avrebbe varie implicazioni. In primo luogo, se la distanza tra PD e M5S non è di almeno dieci punti percentuale, esperienza insegna forte aumento delle tensioni all’interno del PD che potrebbero portare ad una virata a sinistra dell’esecutivo (verosimilmente con un nuovo presidente del Consiglio) e a un programma molto più marcatamente redistributivo sotto il profilo di finanza pubblica e a un aggiornamento delle riforme costituzionali.

Se FI si sbriciola, l’opposizione sarebbe tutta un “Duello a Sinistra” per mutuare il titolo del bel libro di Luciano Cafagna e Giuliano Amato di circa 35 anni fa.

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