Internet per produrre ricchezza, Internet per lavorare in qualsivoglia azienda, Internet per informarsi, Internet per telefonare, Internet per il meglio del cinema e della tv.

Internet per fare qualunque cosa ma in Italia, nel terzo millennio, gli ostacoli sono ancora tanti. Gli ultimi dati pubblicati dall’Ocse all’inizio di quest’anno mostrano che ci troviamo solo al ventesimo posto, nell’elenco dei 34 Paesi che ne fanno parte, per penetrazione del broadband mobile (sotto la soglia del 60%), e al ventiquattresimo per quanto riguarda la banda larga su linea fissa.

Guadagnare posizioni su questa classifica è fondamentale, per farlo dobbiamo restituire competitività al nostro Paese e tralasciare, o relegare in secondo o terzo piano, il problema del digital divide sarebbe un errore estremamente grave.

L’AGENDA (ANCORA POCO) DIGITALE

Gli ultimi governi in carica in Italia hanno mostrato in vari modi e a livelli diversi di averlo capito, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha messo l’attuazione dell’agenda digitale tra le priorità per i mesi e gli anni a venire, e i primi segnali ci sono: sembra ufficiale che le deleghe per il coordinamento dell’agenda digitale e la vigilanza sull’attività dell’Agenzia per l’Italia Digitale andranno al ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione Marianna Madia, con il coordinamento di palazzo Chigi. Il Presidente del Consiglio ha ufficializzato ieri che l’8 luglio si svolgerà a Venezia il “Digital day”, organizzato dal governo Italiano, appena insediatosi alla presidenza di turno del Consiglio europeo, insieme con la Commissione Ue e sul quale il direttore generale dell’Agenzia per l’Italia Digitale Agostino Ragosa ha commentato che “darà impulso all’Agenda digitale” aggiungendo che si sta procedendo “a passo spedito nell’attuazione del piano con il premier Renzi. Il Rapporto Caio dunque, che ha posto le basi per lo sviluppo del nostro Paese attraverso l’ottimizzazione dell’ICT e delle infrastrutture TLC.

Ma il Governo non è l’unico soggetto coinvolto nel processo di attuazione dell’agenda digitale. Gli organismi chiamati a dare il proprio contributo, a definire le regole, le tecnologie, le modalità sono anche l’Agcom, la Commissione Europea, il Parlamento Europeo. Ognuno con ruoli diversi e non sempre d’accordo tra loro sulle soluzioni da adottare. Soluzioni, più di una e valida sempre e comunque, basti pensare alle diverse tecnologie in campo (fibra, wi-fi, LTE, wireless fisso,…). Ad ogni realtà territoriale e ad ogni singolo mercato va riconosciuta la propria peculiarità e individuata la soluzione tecnologica da mettere in atto nell’ottica dell’efficacia e dell’efficienza, sia per gli operatori, sia per coloro che ne beneficeranno.

LE FREQUENZE CI SONO MA SONO POCO UTILIZZATE

Il digital divide esiste anche in quanto ci sono aree e territori più o meno vasti in Italia dove gli operatori hanno valutato e stabilito di non investire perché non conveniente per esempio nella posa di fibra ottica. Zone cosiddette a fallimento di mercato dove è necessario pensare ad una soluzione data da tecnologie alternative alla fibra come, rimanendo sullo stesso esempio, il Fixed Wireless Broadband. Anche a questo ha pensato il Rapporto Caio dedicando approfondimenti e capitoli a queste alternative, come per esempio al Fixed Wireless Broadband (FWB), il cosiddetto wireless fisso che oggi permette agli operatori di offrire velocità fino a 25 Mbps, ma che nel 2015 consentirà di arrivare fino a 50Mbps.

Non solo in Italia ma anche a livello europeo, “la tecnologia FWB non sempre riceve l’attenzione che merita” si legge nel Rapporto, una tecnologia invece da considerare come determinante per il raggiungimento degli obiettivi europei per lo sviluppo delle infrastrutture digitali. Si terrà conto di questo “capitolo” nell’attuazione dell’Agenda digitale italiana? Non lo sappiamo, ma conosciamo una delle ragioni principali per cui la tecnologia FWB non ha ancora preso piede nelle aree dove potrebbe portare ad una reale soluzione del problema del digital divide: il non razionale utilizzo delle frequenze necessarie al wireless fisso. Si tratta della porzione di spettro dei 200 megahertz compresi tra le frequenze 3.6 e 3.8 GHz che, se impiegata in maniera ottimale, costituirebbe la base della competitività e dello sviluppo delle tecnologie FWB, una porzione di spettro peraltro in gran parte libera e utilizzata oggi solamente per alcuni ponti radio di RaiWay, di Telecom Italia e del Ministero della Difesa.

IL FIXED WIRELESS BROADBAND: VELOCE E POCO COSTOSO

Che si tratti di frequenze da liberare e riassegnare è chiaro, l’Agcom nel 2012 ha avviato una consultazione che però è stata interrotta dall’arresto subìto dal processo di liberalizzazione, la Federal Communications Commission (FCC) ha recentemente rivolto la propria attenzione allo sviluppo e al miglior sfruttamento del Wireless Broadband e una decisione della Commissione Europea del 2008 assegna queste frequenze proprio al Wireless Broadband Access, decisione confermata il 2 maggio scorso dopo alcune modifiche apportate a seguito della valutazione tecnica dell’European Conference of Postal and Telecommunications Administrations (CEPT) e che attende dunque ora, con i maggiori dettagli sulle possibilità di sviluppo e di utilizzo per gli operatori del wireless fisso, di essere recepita in tutti i Paesi membri. Gli obiettivi dell’Agenda digitale sono numerosi e variegati, non si tratta solo di assegnare frequenze o dare spazio a tecnologie utili a risolvere il divario digitale, ma per l’FWB una soluzione c’è, è potenzialmente rapida e soprattutto potrebbe consentire notevoli risparmi sui costi.

ASPETTANDO L’AGCOM

La palla è ora all’Agcom che ha il compito, per la porzione di spettro necessaria, di fornire senza altri indugi le linee guida per l’utilizzo delle frequenze e di creare le condizioni per poter procedere alla loro assegnazione agli operatori entro l’anno. Come queste frequenze saranno assegnate, nuovamente, sta all’Agcom deciderlo, si parla di una gara “a costo zero”, che stabilisca gli assegnatari sulla base di impegni stringenti sui tempi, sugli investimenti, sulla copertura. Una modalità questa che risponderebbe all’urgenza della domanda di banda che si registra in Italia negli ultimi mesi e che vedrebbe l’Agcom agire coerentemente il Berec (Body of European Regulators for Electronic Communications), di cui la nostra Authority fa parte, che proprio in questi giorni, riferendosi alle disposizioni del cosiddetto pacchetto Kroes votate dal Parlamento europeo ad aprile, ha assunto una posizione critica sulle misure per l’armonizzazione a livello europeo di modalità e tempistiche per l’assegnazione delle frequenze. Secondo il Berec infatti tali disposizioni “aggiungerebbero un nuovo strato di burocrazia che rallenterebbe il rilascio di nuove porzioni di spettro, e non porterebbe necessariamente ad un suo utilizzo più efficiente”.

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