La Banca d’Italia ha compiuto quest’anno una vera svolta keynesiana. Naturalmente i collaboratori di Ignazio Visco sostengono che svolta è una definizione troppo forte, semmai si tratta di aggiustare il tiro o, se vogliamo, di cambiare spalla al fucile che resta sempre quello del rigore nei conti pubblici e delle riforme strutturali.

Tuttavia per ben tre volte nelle Considerazioni finali lette ieri mattina il governatore ha parlato di aumento della domanda interna sia per investimenti, la via maestra, sia per consumi. Pagina 12: “Aumenti di produttività e crescita sono conciliabili se si riprende la domanda interna”. Pag.13: “Misure  i politica economica che agiscano sia dal lato della domanda sia da quello dell’offerta, in un quadro organico e coerente, possono sostenere l’attività economica nel breve termine e dare forza al progetto riformatore”. Pag. 22: “Siamo anche consapevoli che alla crescita della produttività deve accompagnassi quella della domanda, quindi dei redditi delle famiglie, da sostenere con nuove opportunità di lavoro. Servono investimenti, privati e pubblici, nazionali ed europei”.

Dunque, non ci sono dubbi su quale sia la novità, confermata del resto dall’entourage del governatore. La controprova è che proprio questa parte ha suscitato perplessità nei liberisti puri e duri presenti, tra i quali Franco Debenedetti. Certo è che dopo tanti anni di “prediche inutili” sulle politiche dell’offerta, oggi le riforme strutturali sono nel volume che contiene la relazione (da pag. 100 a pag.113) mentre le Considerazioni finali che lanciano il messaggio politico dicono domanda, domanda e ancora domanda.

Ciò offre oggettivamente un sostegno al governo. Anche se acuti osservatori come Massimo Mucchetti (senatore Pd non renziano) sottolineano che l’insistenza sugli investimenti e le infrastrutture non coincide esattamente con le slide presentate da Matteo Renzi.

Senza dubbio, Visco mette l’accento sulla esigenza di “un programma che consideri tutti gli aspetti da riformare nella società e nell’economia” e sottolinea come “la visibilità di un disegno coerente rassicurerà i cittadini”. Ed è evidente che il governatore non cita mai esplicitamente il capo del governo: nessuna invasione di campo, né salto sul carro del vincitore, autonomia e indipendenza come nella tradizione della banca centrale.

Ma l’accento sulla necessità di un cambio nelle priorità di politica economica, la sottolineatura che il bilancio pubblico si risana con la crescita, la critica agli eccessi dell’austerità, ebbene tutto questo offre a Renzi una base analitica forte quando andrà a Bruxelles e avvierà la trattativa cruciale per tirare l’Italia fuori dal pantano.

Considerazioni e relazione sono piene di altri spunti importanti, come la critica agli imprenditori per non aver investito abbastanza e non aver rischiato capitale proprio (c’è un gap di ben 200 miliardi rispetto alla media dei Paesi europei) o le staffilate alle banche, soprattutto quelle troppo piccole e sottocapitalizzate, radicate (male, cioè in modo clientelare) nel territorio.

Ma la lezione chiave quest’anno resta l’esigenza di aumentare la domanda interna. Gli 80 euro in busta paga sono i benvenuti, ma decisamente troppo poco, avranno un apporto non superiore a 0,1 per cento di prodotto lordo nel 2014. La parola adesso passa al governo, alla Unione europea e, giovedì prossimo, a Mario Draghi.

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