«La corsa siciliana del sardo Soru» è lo strillo in prima dell’articolo di Gian Antonio Stella di pagina 6 del ‘Corriere della Sera’ di oggi.
Titolo dell’articolo: «La campagna in salita del sardo Soru: trovare in Sicilia i voti indispensabili».
Che cosa c’entrano i voti siciliani per l’elezione di un rappresentante sardo in parlamento europeo? C’entrano e come ma non per l’affiliazione geografico semantica di isole delle due realtà fisico politiche quali la Sicilia e la Sardegna ma perché le stesse sono nello stesso collegio delle elezioni europee.
In sintesi: le due isole formano un collegio unico, quello, per l’appunto, delle isole.
Il problema è che, come evidenzia Gian Antonio Stella, Mario Melis è stato l’ultimo eletto con i voti dei sardi ad andare a sedere al parlamento di Strasburgo con le proprie gambe.
Chi legge questo post, e magari è pure isolano, sa bene chi è Melis e sa collocare temporalmente l’ultima rappresentanza sarda a Strasburgo per volere della popolazione isolana.
L’articolo del navigato giornalista Stella, purtroppo, mette in risalto la doppia campagna elettorale isolana di Renato Soru quasi come fosse un fatto positivo.
Come se l’ex Presidente della regione Sardegna, o l’uomo che viene dall’isola del mirto secondo Stella, fosse avulso dai meccanismi del partito che egli andrebbe a rappresentare in Europa; come se il Partito Democratico non si fosse mai pronunciato circa l’istituzione del collegio sardo in vista delle elezioni europee.
O meglio, Stella cita la lotta intestina all’interno del partito capitanato da Matteo Renzi, ma non fa menzione delle batoste rifilate dai democratici all’isola: il mancato sblocco dei fondi per rifinanziare e sostenere le zone colpite dalle alluvioni, il collegio unico negato. Per non parlare poi degli altri regali’ continentali in termini di soldi da restituire, servitù militari, et cetera..
L’aura romantica di cui Soru è ammantato, nell’articolo di Stella, cozza terribilmente con la realtà per cui un sardo debba barcamenarsi tra due realtà, per quella manciata di voti che gli saranno utili in seguito per arrivare a Strasburgo ma omettendo il fatto in sé: la possibilità di avere, finalmente, parità di diritti rispetto agli altri abitanti della nazione. Dato che, formalmente, la Sardegna è ancora parte dello Stato Italiano.
Questo atteggiamento continentale ha fatto sbraitare, ad esempio, Michele Piras (Sel) alla Camera con questa affermazione: «Cito Giorgio Gaber, Presidente:  ‘Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono’. Lasciatemi valorizzare la prima parte di questa frase per una volta, perché ci si sente discriminati ! Non è accattonaggio, ci si sente discriminati dalle decisioni del Governo e dal trattamento che lo Stato italiano riserva alla Sardegna».
La risultante di una, di fatto, doppia campagna elettorale è, ancora una volta, prodotto di una mancata considerazione dell’Isola nella politica continentale. O, ancor peggio, di una conta che vede in difetto i sardi e la Sardegna, in qualsiasi caso.
La dignità dell’Isola, dunque, viene di nuovo ad essere minata e, tutto sommato, chi vive nel continente neanche ci bada troppo.
I ricordi di Soru, dunque, nell’articolo di Stella vanno a fondersi con le descrizioni letterarie del verismo di Verga e De Roberto e l’uomo che viene dall’isola del mirto è l’idea predominante di chi sta al di là del tirreno.
Strano, quindi, che non si sia accennato al formaggio coi vermi, al porceddu o agli «occhio se passi a Orgosolo».

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