Se non avete pregiudizi sulla Calabria, se quando l’attraversate il 15 Agosto per raggiungere la Sicilia, nei dintorni di Scilla, e sentite dei botti, non pensate subito alla ‘ndrangheta ma a Santu Roccu, il santo degli “storti” scillesi, se non siete quel tipo di turisti, quelli un po’ vegani, quelli tutti finicchi che hanno le scarpe da trekking, il k-way di Decathlon e lo zainetto con nelle tasche a rete esterne l’ombrellino da una parte e la cremina per il sole dall’altra, se buttate le cicche di sigaretta per terra e a volte anche il fazzolettino col muco senza sentirvi in colpa, ecco allora avete le carte in regola per andare almeno una volta alla Taverna Kerkira a Bagnara Calabra. Ad Agosto, però, è chiusa, così come durante le vacanze di Natale. Un dettaglio che è distintivo. La verità è che la famiglia titolare della taverna ha origini, per parte di madre, in Grecia e quindi nelle feste si reca assai spesso dall’altra parte del Mediterraneo dove tutto nacque, appunto. A me piace però pensare che lo chef chiude ad Agosto per evitare di condividere la prelibatezza dei suoi piatti e la sobrietà dei modi e dell’atmosfera che offre con una clientela, quella agostana, non propriamente sobria. Specie da quelle parti. Non c’è cosa peggiore degli emigranti che ritornano, infatti. Manco gli immigrati portano così tante malattie.
La storia della Taverna, dicevo, inizia in Grecia. In quel periodo quando, verso la fine della guerra, molti soldati italiani non sapevano più da chi si dovevano guardare le spalle. E così un giovane uomo di Bagnara Calabra trovò a nascondersi in una casa greca dove la solidarietà schiuse, poco dopo, la libertà e l’amore.
Oggi Fulvio, lo chef, restituisce sulla tavola un tributo quotidiano a quelle origini mescolando i sapori della cucina calabrese e greca realizzando dei piatti a base di pesce e di carne unici. Per mangiare in un posto migliore non vi basterà percorrere tutta la Salerno Reggio Calabria.
Il miglior complimento che si può fare alla Taverna Kerkira è dire che ha poco o nulla a che spartire con il resto del paese in cui si colloca. Perché tutta la sobrietà, la cura estetica e olfattiva dei piatti che vi saranno serviti, la cura dei dettagli dell’atmosfera fuori e dentro il piatto non fa il paio con quello che trovate fuori dalla Taverna. Tant’é. Ma quello è colpa più di quelli che se ne sono andati che di quelli che sono rimasti.
Se mai vi trovaste da quelle parti e se riuscite a trovare posto, vi suggerisco di gustare il carpaccio di alalunga e la spigola in salsa teriyaki. Troverete la Magna Grecia, tutta. Lasciatevi trasportare dai sapori alla deriva nelle acque che solo in quel pezzo del Mediterraneo sono così blu, il blu delle tele di Vincenzo Carnevali. Fatevi scaldare dal calore che rilascia il promontorio che si impone con la sua selvaggia ostilità dividendo in due il paese. E alla sera, dopo cena, andate sul Lungomare che guarda le Eolie e la Sicilia, lo skyline più bello del mondo meglio di quello di Brooklyn che guarda Manhattan. Chiudete gli occhi. Sentirete la voce di Mia Martini che canta Agapimù.

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