Madrid ha un clima splendido. In certi momenti, nella stessa giornata, la luce del sole, abbacinante nel suo riflettersi sulle bellissime e barocche facciate bianchissime, ti avvolge in una calura che può diventare fin afosa. Ma un istante dopo, nel pomeriggio o alle prime luci dell’alba, l’aria fredda proveniente da Nord può rinfrescare l’aria al punto da darti un paradisiaco ristoro prima e rizzarti il pelo sul braccio dopo.
A Madrid, in questo periodo dell’anno, è tempo di Corrida. La Novillada. La Corrida che vede protagonisti giovani toreri, spesso appena ventenni. Il modo migliore per accostarsi alla Corrida per la prima volta. Per scoprire cosa vuol dire matare il toro, stargli vicino, accorciando le distanze per aumentare il rischio, per ingraziarsi i favori del pubblico che cerca tra quei giovani toreri un nuovo artista della lidia. Per vedere la perfezione ancora imperfetta, l’errore, la caduta, il limitar di Dite.
Il fatto è che siamo troppo immunizzati alla vista della morte. Abbiamo gli occhi pieni di immagini di morte violenta, quelle con cui bulimicamente veniamo ingozzati attraverso i media. E facciamo fatica ad accostarci a uno spettacolo come quello che va in scena all’arena di Plaza de Toros. Bisogna concentrarsi, meglio se dopo qualche cerveza che aiuta a sfiancare l’ansia come le banderillas l’ardore del toro. Bisogna risvegliare un io profondo, autentico e primitivo, per capire la liturgia del rito. Perché quello è la Corrida.
Ero molto vicino alla barrera l’altra sera a Madrid e riuscivo a vederla nei suoi dettagli, la faccia del matador. Una faccia bianca, pulita, con sopra una selva di riccioli biondi. Aveva un fisico perfetto, asciutto, dentro al suo tipico e dorato abito il giovane matador. Aspettava dietro alla barrera di entrare nell’arena. E la paura si leggeva in quel viso, nel riflesso che metteva in primo piano la mandibola rigida come marmo. Perché è la paura il carburante del coraggio. E in quei momenti, lui, il giovane matador, stava decidendo, osservando le movenze del toro, quanto filo tirare via dalle mani delle Parche appollaiate all’ombra sul balconcillo riservato al Re.
Il picador, intanto, infliggeva al toro i colpi con la vara. Mentre Impositor sollevava il cavallo che non poggiava più le zampe a terra. Impositor, cinquecento chili di toro. E che toro. Al mattino, al momento del sorteggio ai corrales, i vecchi toreri avranno giustamente scelto che fosse lui, Impositor appunto, il primo a scendere nell’arena. Picchiava duro contro i muretti a protezione dei peones. I colpi e il suo sfiatare dalle narici, lì dov’ero, si sentivano bene. E non c’è coinvolgimento maggiore di quello che viene dal vedere e sentire assieme.
Se non si è esperti di corrida, di tori e toreri, a un certo momento, specie alla prima volta che si assiste a una Corrida, può succedere qualcosa. Può succedere che dopo l’ansia iniziale, che ti prende nel vedere pochi uomini soli dentro a un’arena per metà al sole e metà in ombra, al cospetto di un enorme animale selvaggio che sbuffa e carica in un tripudio di forza e quantità di moto, si entri in perfetta sintonia con la liturgia. E della liturgia ci si senta parte.
I tuoi occhi si muovono ora come quelli del toro dietro alla sottile, rapidissima vibrazione della muleta. I tuoi occhi scoprono, d’un tratto, il dettaglio del gesto, colgono quella vicinanza al limite del contatto fisico. Quella danza del matador col toro, portato a spasso a testa bassa sotto al drappo rosso che si fa guinzaglio. C’è la morte nascosta in quell’eleganza che, dietro alle volute del drappo rosso, saltella intorno ad ogni olè. Il toro non ha scampo. Dall’arena uscirà morto. Il torero non è destinato a morire sull’arena. Ma sa che può succedere ogni volta. Se non si capisce questo, non si è capito nulla. Al punto, ovvero in punto di morte, i due, il matador e il toro si guardano per interminabili istanti negli occhi. Si congedano. Lui il matador lo punta con la spada. Il toro, se sa di aver combattuto bene, raccoglie le ultime energie e va incontro alla spada caricando il matador per l’ultima volta. E lui il matador, che col toro è unito dal destino, sa che deve rispettare un patto. Quello di affondare la spada fino al cuore senza esitazione. Perché la morte lo prenda senza sofferenza. Così è.

Fuori da Plaza de Toros, a pochi passi dalla piazza illuminata dai riflessi degli azulejos che adornano il palazzo che cinge l’arena, puoi trovare un tavolo a Los Clarines. Ti accoglie Juan che ha il fisico e la regalità di un vecchio banderilleros. Non hai scelta, se capisce che la tua è la prima Corrida non ti porta neanche il menù. Devi cenare a base di rabo. La coda del toro. Quando lasci il locale dopo aver innaffiato il rabo con altra cerveza che non manca mai sulle tavole madridiste, perché agli spagnoli bere piace eccome, non puoi certo andare a dormire senza aver prima ucciso la notte. La calura del pomeriggio dentro all’arena, sta nuovamente lasciando il posto alla frescura della notte e ti invita a una lunga passeggiata. Mentre fai ritorno verso il centro da Las Ventas, ti capita di incrociare giovani e meno giovani prostitute. Hanno l’aria di essere autoctone, le signore. Ti colpiscono le loro gambe che più che belle sono Bellote. Veri e propri Pata Negra che salgono dal ginocchio all’attaccatura femorale.
I colori che ti passano di fronte ti ricordano i quadri di Sorolla. Specie quel bianco dei palazzi finemente decorati con le inferriate nerissime. Arrivi in Plaza Major che ha tutta una sua magia. Specialmente nel saper dissimulare la storia che ha visto calpestarla. Quelle delle impiccagioni. Fa di nuovo molto caldo. Anche perché il rabo, manco fossi un bersekr, fa sentire un po’ toro anche te. E poi, a Madrid, non si può andare a dormire senza aver ucciso la notte.

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