Cosa rivela di Renzi lo scandalo Expo secondo David Allegranti, giornalista del Corriere fiorentino che ha pubblicato il suo secondo libro sul segretario del Pd, “The boy”.

Matteo Renzi è appena tornato dalla missione milanese “salva Expo”. Ma “c’è chi nel Pd sta sottovalutando la portata di questa storia”, fa notare a Formiche.net David Allegranti, giornalista del Corriere fiorentino che ha pubblicato il suo secondo libro sul segretario del Pd, “The boy” (Marsilio, presentazione domani a Milano, via Melone, 2 con Marco Alfieri e Maurizio Belpietro).

Lo scandalo Expo influirà sulle Europee?
Questa non è una nuova Tangentopoli, bisogna fare attenzione a usare le categorie del passato per descrivere ciò che succede oggi. Ma certo agli occhi dell’elettorato questo nuovo scandalo della politica potrà essere l’occasione o per non andare alle urne il 25 maggio o per votare il M5S. Renzi, l’ha detto a Milano, ci sta mettendo la faccia sull’Expo ma rischia di subire degli effetti collaterali non voluti.

Quali effetti?
Gli scandali non dipendono da Renzi ma evidenziano un suo problema. Per combattere questo tipo di corruzione, i partiti – e quindi la politica – devono riacquistare legittimità, avere gruppi dirigenti solidi. Adesso i partiti hanno forza senza legittimità. Renzi dovrebbe aggiungere, accanto alla sua leadership verticale, una classe dirigente autorevole. A Firenze era abituato a essere il “principe” della città. Per governare il Paese, essere “da solo” non basta.

Nel suo libro, l’assenza di classe dirigente accanto a Renzi è evidenziata come suo problema numero uno…
Renzi dice che non premia i più fedeli ma i più bravi. In realtà, guardando la sua squadra, si ha la netta sensazione che vadano avanti i più fedeli. Anche Francesco Rutelli, nell’intervista contenuta nel libro, rivela l’impressione che ‘Matteo’ ami attorniarsi di yes man. Questo è un limite per un leader. Renzi viene spesso paragonato a Tony Blair ma su questo punto i due differiscono molto.

Perché?
Tony Blair era circondato di policy maker, strateghi e spin doctor che hanno fatto scuola. Lo spiega nel libro lo storico collaboratore di Blair, Peter Mendelson. L’ex premier britannico “ha cercato sempre di scegliere i migliori tra i migliori, e spesso c’è riuscito. C’è bisogno di persone pronte a discutere, a pianificare con te e poi a eseguire fedelmente. Ti devono spronare o frenare, quando serve”.

Non saranno i suoi collaboratori, ma ci pensa il Pd a frenarlo spesso, non crede?
Mendelson infatti dice anche che Renzi avrebbe dovuto aspettare a prendersi il governo per costruirsi prima un partito davvero al su fianco. Oggi invece, complice l’ascesa quasi immediata a Palazzo Chigi, la rivoluzione promessa nel Pd sembra congelata. La domanda che ci si è fatti per mesi, sarà Renzi a cambiare il Pd o il Pd a cambiare Renzi, resta per ora senza risposta.

La tanto annunciata rivoluzione renziana resta inattuata?
Il problema di Renzi è come mantenersi “insurgent”, il rivoluzionario rottamatore che ha conquistato il Paese, da premier. Un ruolo che funzionava quando era contro l’establishment, ora che lo rappresenta le cose si complicano. Sicuramente la sua capacità comunicativa per la campagna elettorale sarebbe stata più efficace se fosse stato solo segretario del Pd. Anche perché il futuro si gioca tutto sulla capacità di intercettare il mal di pancia dei cittadini verso le istituzioni.

E su questo terreno l’avversario da battere è Grillo…
Renzi e Grillo sono due risposte diverse alla stessa domanda di cambiamento. Stiamo assistendo a una polarizzazione tra Pd e M5S e a fare le spese potrebbe essere Forza Italia. Le Europee saranno un passaggio importante per capire quanto sarà consistente questo scontro. E con quali effetti sul governo.

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