“Se pensi che la formazione sia costosa aspetta e vedrai quanto sarà cara l’ignoranza”
(Derek Bok)

Licenziata dal Consiglio dei Ministri 10 giorni fa, la riforma della Pubblica Amministrazione sembra star trovando la strada accidentata lungo il percorso tra Palazzo Chigi e il Quirinale. E le pagine dei giornali fioriscono di retroscena tra dubbi del Colle, testi spariti, interventi di non meglio precisati tecnici e così via.

Quello di cui si parla già poco, troppo poco, è il merito della riforma. Non solo il merito in termini di nuove norme dettate, ma soprattutto in termini di portata culturale, conseguenze e cambiamenti per funzionari pubblici, imprese e cittadini. Temi i cui impatti si stanno forse sottovalutando.

Se l’intento del governo è quello di innovare la Pubblica Amministrazione – giungendo a quella vera e propria rivoluzione della PA di cui da tempo CONFASSOCIAZIONI reclama l’urgenza – non si può dimenticare che alla parola innovazione si debba sempre e obbligatoriamente abbinare il termine formazione.

PA digitale e open data non significano solamente trasferire documenti dai fogli A4 alle memorie dei computer; bisogna rivedere tutti i processi, semplificandoli e offrendo a cittadini e imprese nuovi canali per entrare in contatto con l’amministrazione.

Se questo è vero, è del tutto evidente come le necessità di formazione saranno enormi e diffuse a tutti i livelli, sia sul versante pubblico – dirigenti, funzionari e impiegati – sia su quello dell’utenza, con imprese e singoli cittadini.

Ancora una volta non possiamo nascondere la vastità e la complessità di tale programma, che chiama in causa tutte le istituzioni – a cominciare dalla scuola – e il mondo privato, in primo luogo quello dell’associazionismo. Ma cambiare l’amministrazione pubblica non può e non deve risolversi in un’operazione di facciata, deve scavare in profondità, deve mirare a un profondo rinnovamento culturale e a quel vero e proprio shock istituzionale di cui l’Italia ha bisogno per ripartire.

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