Il viaggio di rientro in genere sembra sempre durare meno di quello di andata. Perché, in genere, quando si parte per andare, eccetto quando si viene mandati, non si vede l’ora di arrivare e ogni curva, ogni fermata, che rallenta il viaggio, allunga l’attesa e la tensione. Al ritorno no. Dentro l’occhio che guarda dal finestrino sale il livello della goccia piena di tutte le nostalgie fino a distorcere la vista.
E’ per questo che dico grazie a Italo, il vettore concorrente, quello che ha trasformato l’Italia in un paese più civile e liberale concorrendo sui binari, quelli spacchiosi per giunta dell’Alta Velocità, contro il moloc statale. Ieri sera, infatti, il mio viaggio di rientro pareva non finire mai. Anche perché, essendo che mi scappava e non c’era un bagno a tiro di vescica disponibile, a ogni sobbalzo ad alta velocità mi pareva di avere una boccia, con tanto di pesciolino rosso dentro, in mezzo alle gambe.
Comunque sia, non chiederò il rimborso. Sono cose da zulliusi. Poi so che la compagnia, Italo, non se la passa tanto bene e quindi inutile infierire. Anche il “mangiare” non è più come prima. Ho visto il mio vicino di posto, dopo un morso che pareva quello di Suarez, buttare il panino con le patatine. La cosa colpì la mia immaginazione al punto che mi venne in mente la caricatura del marchio “Ieattaly”.
Una cosa però. Nel caso in cui tra un annetto gli imprenditori tutto cachemire, scarpe e poltrone, decidessero che non vogliono fare ulteriori aumenti di capitale per garantire il futuro della società, ecco non vorrei che finisse come con Airone con Alitalia. Non vorrei ritrovarmi a viaggiare a bordo di frecciabordeaux. Almeno spendessero i soldi del carrozziere.

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