In un editoriale pubblicato l’altro ieri il direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, ha celebrato a suo modo i quarant’anni dalla fondazione del quotidiano.

In una simile operazione, Sallusti non poteva non fare i conti con l’ingombrante figura di colui che quel quotidiano, nel lontano 1974, ebbe l’ardire di concepirlo: Indro Montanelli.

Il titolo dell’editoriale – “L’orgoglio di avere il lettore come padrone” – è di per sé piuttosto imbarazzante, se pensiamo alla discutibile linea assunta da Il Giornale negli anni successivi al 1994. Una linea tesa costantemente a difendere il proprio editore (scusate, è vero, il fratello del proprio editore, è diverso), senza risparmiare colpi piuttosto bassi ed interpretando in maniera alquanto originale il “dovere di verità” che deve informare l’attività del giornalista.

Costretto a fare i conti con lo scomodo ricordo di Montanelli, Sallusti non può fare a meno di spendere alcune parole sulle ragioni che portarono il fondatore, nel gennaio 1994, a lasciare quel giornale che con tanta passione aveva fondato.

Ragioni che, come tutti ricorderanno, riguardavano il problematico rapporto venuto a crearsi con Silvio Berlusconi, al tempo socio di minoranza del quotidiano, successivamente alla sua scelta di scendere nell’agone politico.

Silvio Berlusconi, al tempo costruttore edile, entrò nella compagine della società che editava Il Giornale nel 1977, acquisendone il pacchetto di controllo.

Nel 1990 venne promulgata la legge Mammì, il cui art. 15, intitolato “Divieto di posizioni dominanti nell’ambito dei mezzi di comunicazione di massa e obblighi dei concessionari” costrinse Silvio Berlusconi, già titolare di licenze per la programmazione televisiva, a cedere la maggioranza delle quote del quotidiano, facendo così venire meno la situazione di incompatibilità sancita dalla nuova legge.

Né le norme in materia di editoria, né la legge Mammì, contenevano divieti di cessione in favore della parentela, nemmeno la più stretta. Si tratta di un vuoto normativo che avrebbe segnato molte legislazioni in materia di conflitto di interessi del nostro ordinamento, ma questa è un’altra storia. Il punto è che lo stato legislativo di allora consentì a Berlusconi di cedere le proprie partecipazioni di maggioranza al fratello.

Qualche anno dopo, siamo nell’autunno del 1993, Silvio Berlusconi avrebbe iniziato a meditare seriamente di impegnarsi politicamente.
Fu tale scelta che minò alle fondamenta un rapporto, quella fra i Berlusconi e Montanelli, che fino a quel momento non aveva dato problemi.

Bene, con quali parole Sallusti sceglie di fare i conti con il suo ingombrante predecessore?

Con queste:  “la coerenza de Il Giornale (per Sallusti, coerenza nell’essere rimasti indipendenti e nel non avere padroni diversi dal lettore, n.d.r.) non è stata scalfita neppure dalla ferita dell’abbandono di Indro Montanelli. Per quello che ne so, quello strappo non fu figlio del pericolo di perdere l’autonomia con la discesa in politica della famiglia dell’editore. Più semplicemente Montanelli non riuscì a reggere la pressione psicologica di una situazione del tutto inedita”.

L’attuale direttore se la cava così, a buonissimo mercato e con una affermazione decisamente depistante che non fa troppo onore al “dovere di verità” ed al “principio di maggiore accuratezza possibile” sancito dai codici deontologici.

Il carattere piuttosto subdolo del trafiletto sopra riportato sta tutto nell’espressione “per quello che so”.
Che cosa significa una simile espressione per un giornalista? Soprattutto, che cosa significa per un giornalista che dirige quello stesso giornale già diretto e fondato da Indro Montanelli?

Tale espressione costituisce soltanto un imbarazzante tentativo di affrancarsi dalla realtà, in un ennesimo capitolo di quella faziosità che abbiamo imparato a conoscere molto bene.
Si chiama disonestà intellettuale e va contrastata senza mezze misure, chicchessia a farne uso.
E su Montanelli Il Giornale non può permettersi di essere fazioso ed intellettualmente disonesto.

Come andarono le cose veramente?

La verità oramai riconosciuta è proprio che, al contrario di quello che dice Sallusti, quello strappo fu esattamente “figlio del pericolo di perdere l’autonomia con la discesa in politica della famiglia dell’editore”.

Il rapporto fra i due iniziò ad incrinarsi seriamente verso il mese di novembre, con l’appoggio dichiarato da Berlusconi alla candidatura di Fini come sindaco di Roma.

Il 3 dicembre 1993 Montanelli dichiarò a La Repubblica: ”ecco qualcosa che, evidentemente, egli non aveva previsto. E sta qui la sua castronata. Berlusconi è un semplificatore. In questa sua straordinaria facoltà di ridurre anche i problemi più complessi in termini semplici e chiari sta il segreto del suo grande successo in campo imprenditoriale. Trasferita in campo politico, questa qualità diventa, almeno in Italia, un difetto capitale, che probabilmente gli costerà caro“.

La rottura vera e propria si consumò quindi nel corso di una famosa assemblea del comitato di redazione editoriale che si tenne l’8 gennaio 1994.

Le testimonianze su ciò che sarebbe avvenuto in questa  assemblea sono oramai piuttosto concordanti. In quell’occasione Berlusconi, ufficialmente solo socio di minoranza, si presentò ai giornalisti dichiarando che se il giornale lo avesse appoggiato nella sua campagna politica non sarebbero mancati i mezzi di sostentamento, e sottintendendo, invece, che se così non fosse stato ogni ulteriore supporto economico sarebbe stato messo in discussione.

La Repubblica citò Montanelli a proposito di quell’assemblea con queste parole: “Tu hai sbagliato a venire ieri qui in assemblea – ha detto il giornalista (Montanelli, n.d.r.) al Cavaliere – primo perché hai fatto capire che la legge Mammì può essere aggirata; secondo perché hai spaccato la redazione lasciando intendere che chi sta con te avrà i soldi e chi sta con me l’ indipendenza“.

Quattro giorni dopo quell’assemblea, Montanelli avrebbe scritto la seguente lettera indirizzata al presidente del consiglio di amministrazione della casa editrice, il giornalista Gian Galeazzo Biazzi Giordani: “Caro Biazzi, in conseguenza delle dichiarazioni del dottor Silvio Berlusconi, effettuate presso la sede del “Giornale”, comunico la mia decisione di dimettermi dall’ incarico del consiglio d’ amministrazione e da quello di direttore responsabile del “Giornale” con effetto immediato. Con i migliori saluti“.

E’ imbufalito, il grande Indro, perche’ Berlusconi ha fatto capire alla truppa: se “il Giornale” si schiera con me, non mancheranno i mezzi per far fronte ai problemi del momentoriferì il Corriere della Sera.

Si arrivò così al famoso editoriale di congedo del 12 gennaio 1994:
Di questo editore, ne ho conosciuti due. Uno è stato l’amico che mi venne incontro nel momento in cui tutti mi voltavano le spalle; che non si è mai avvalso di questo titolo di credito per limitare la mia indipendenza; che ha sempre mostrato nei miei riguardi un rispetto confinante e talvolta sconfinante nella deferenza (tutte cose che era superfluo da parte sua ricordarmi perché non ho mai perso occasione di farlo io stesso).
Eppoi ne ho conosciuto un altro: quello che, tramutatosi in capo-partito, ha cercato di ridurre il «Giornale» ad organo di questo partito suggerendogli non soltanto le posizioni da prendere – e sulle quali non c’erano in fondo grosse divergenze – , ma perfino il linguaggio da usare; e che, a lasciarlo fare, avrebbe finito per impormi anche la «divisa» del suo partito, il suo look.
Tralascio le rappresaglie contro la mia renitenza all’arruolamento, come gli attacchi dei suoi Grisi televisivi alla mia persona. Ma non posso sorvolare sull’ultima e più grave provocazione: la promessa alla redazione, alla mia redazione, di cospicui benefici se si fosse adeguata ai suoi gusti e desideri, cioè se si fosse ribellata a quelli miei.
A questo punto non avevo più scelta. O rassegnarmi a diventare il megafono di Berlusconi. O andarmene”.

Il 26 marzo 2001, in una ruvida intervista rilasciata a Repubblica, Montanelli, allora sotto accusa per le sue aperture – ben motivate – ad un possibile voto a sinistra, disse:
Veramente la scoperta che c’è un’Italia berlusconiana mi colpisce molto: è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L’Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L’Italia del 25 luglio, l’Italia dell’8 settembre, e anche l’Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l’avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo. (…). Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità che si ottiene col vaccino”.

Montanelli chiarì in molte altre occasioni le ragioni della sua scelta.

Quel che ci interessa oggi è che al contrario di ciò che sostiene Sallusti, Montanelli lasciò Il Giornale proprio perché temeva “di perdere l’autonomia con la discesa in politica della famiglia dell’editore”.
E che questa fosse la ragione, davvero Sallusti non può non saperlo.

Montanelli non poteva soffrire di avere un “padrone” e coerentemente, senza compromessi, interpretò sempre questo suo profondo sentire.
Con ciò dando prova esemplare del rispetto di quel sacrosanto principio di indipendenza sancito con le seguenti parole dalla Carta dei Doveri del Giornalista dell’ 8 luglio 1993, ossia il codice deontologico principale in materia: la responsabilità del giornalista verso i cittadini prevale sempre nei confronti di qualsiasi altra. Il giornalista non può mai subordinarla ad interessi di altri e particolarmente a quelli dell’editore, del governo o di altri organismi dello Stato”.

L’abbandono di Montanelli rimane una ferita per Il Giornale e l’incapacità di fare i conti con il passato in maniera serena ed obiettiva costituisce uno dei numerosi limiti di questo quotidiano.

 

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