Riccardo Realfonzo, economista all'università del Sannio, è un membro del comitato promotore del referendum abrogativo del Fiscal Compact. Qui spiega il perché dell'iniziativa presentata oggi

Le politiche di taglio della spesa pubblica e incremento della pressione fiscale hanno già avuto effetti devastanti nell’eurozona.

A riguardo è sufficiente concentrare l’attenzione sui risultati dell’operare dei vincoli europei sul deficit e sul debito all’indomani della crisi scoppiata alla fine del 2007. La risposta del tutto inadeguata alla crisi ha portato nell’eurozona a una crescita del numero dei disoccupati da 11,6 ad oltre 19 milioni di fine 2013 (con un incremento che sfiora il 65%) e il pil ancora oggi risulta di 1,5 punti inferiore al livello raggiunto nel 2007 (dati Commissione Europea, a prezzi costanti).

In Italia, a causa della risposta sbagliata alla crisi, il pil resta oggi a un livello del 9% più basso rispetto allo scoppio della crisi e la disoccupazione è più che raddoppiata, passando da 1,5 a 3,1 milioni. Viceversa, negli USA, dove il Presidente Obama ha varato il Recovery Act, stanziando risorse per circa 800 miliardi di dollari, la crisi ormai è un ricordo lontano e l’economia ha ripreso una crescita solida.

Le ulteriori dosi di austerità previste dal Fiscal Compact riguardano l’equilibrio strutturale del bilancio e l’abbattimento del debito pubblico alla soglia ritenuta ottimale del 60% del rapporto tra debito e pil. Vediamo quali sarebbero le conseguenze di queste politiche.

Cominciamo con l’obbligo relativo al debito pubblico. Secondo il Fiscal Compact, il debito dovrebbe essere ridotto ogni anno di un ventesimo della differenza tra il rapporto debito pil registrato dal Paese considerato e il valore obiettivo del 60%. Cosa dovrebbe fare l’Italia per soddisfare questo impegno? Dovrebbe continuare con il mettere in fila avanzi primari, e cioè anno dopo anno registrare un eccesso della raccolta fiscale rispetto alla spesa pubblica destinata a produrre merci e servizi (con esclusione quindi degli interessi sul debito).

Per capire quale sia la strada indicata dal Fiscal Compact occorre ricordare che secondo la condizione di sostenibilità delle finanze pubbliche, dato un certo obiettivo del rapporto tra debito e pil, l’avanzo primario necessario a conseguirlo dipende dalla differenza tra due grandezze estremamente importanti: il costo medio del debito pubblico (cioè il tasso di interesse che mediamente lo Stato paga ai possessori dei titoli del debito pubblico) e il tasso di crescita del pil nominale (cioè la velocità a cui cresce il prodotto interno lordo ai prezzi correnti, includendo cioè l’inflazione)

Ma la strada del Fiscal Compact mostra la sua assoluta insostenibilità alla luce di alcune ulteriori considerazioni. Lo studio sopra riportato assume infatti i valori delle ipotesi governative come se, effettivamente, fosse possibile inanellare una serie di avanzi primari del 5% ed avere al tempo stesso una crescita reale dell’economia intorno al 2% (come assume il DEF).

In realtà sappiamo ormai molto bene che ciò è impossibile. Il fallimento della dottrina dell’austerità espansiva – secondo cui le politiche di austerità favoriscono la crescita – è ormai stato confermato dai fatti, oltre che dalla teoria macroeconomica. E, come ha riconosciuto anche Olivier Blanchard, l’autorevole capoeconomista del Fondo Monetario Internazionale, l’austerità riduce drasticamente la crescita. Insomma, se davvero provassimo a fissare avanzi primari dell’ordine del 5%, ciò farebbe crollare il pil, determinerebbe una riduzione delle entrate fiscali e porterebbe ad una ulteriore crescita (non a un decremento) del rapporto tra debito e pil.

D’altra parte, si tratta dello scenario cui abbiamo già assistito in questi anni. E poi: in che modo potremmo accumulare avanzi primari di quel valore? Gli analisti dovrebbero sapere bene che le politiche di austerità di questi anni hanno già drasticamente ridimensionato la quota della spesa pubblica sul pil (-6% rispetto al 1990) e hanno portato la spesa pubblica per cittadino in termini reali a livelli molto inferiori alla media dell’eurozona.

Insomma, il Fiscal Compact disegna un sentiero impercorribile all’insegna della più ottusa austerità. Un sentiero semplicemente non percorribile. È indispensabile che l’Italia e l’Europa abbandonino al più presto questo percorso. Auguriamoci che il referendum contro il Fiscal Compact possa dare un contributo incisivo in questa direzione.

(sintesi di un’analisi più ampia che si può leggere qui)

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