Non vedo l’ora di guardare il mare. Quello che non si vede perché svanito, mischiato al cielo, in quella mousse che la luce dell’alba fa del mare e del cielo. Non vedo l’ora di sentire pizzicare le narici all’odore acre della benzina che brucia nel quattro tempi che spinge la silhouette di joliet fuori dalla baia. In gola, quello che rimane di saliva densa di un caffè ristrettissimo.
Non vedo l’ora di osservare la schiuma attorno alla prua che fende le acque chete, le bollicine che fanno la claque al passaggio del naviglio. E la costa che si allontana con il profilo delle case che sembrano ammonticchiate una sopra l’altra schiacciate dalla prospettiva che finisce nella campagna, una distesa giallissima interrotta dagli alberi con in testa coppole verde e pendenti marroni.
Ti accendi una sigaretta con il fumo che sale su e piega all’indietro come a fare una giravolta. Il tuo modo di scambiare segnali di fumo con il comignolo della cementeria, uno dei punti cospicui per chi va a pesca. Offri una mano alzata a un pescatore che torna dalla notte di pesca con il ventre colmo di reti. In piedi sulla paranza, con tanto di calzoni lunghi, risponde al saluto.
E’ il momento di issare le vele, offrendo le mura a sinistra al ponente. Sarà giornata di vento debole che soffierà spinto dal sospiro del grande occhio arancione. La prua punta a Sud – Sud Ovest. Mentre la silhouette scivola sul prato che si colora di verde, ti senti spiare. Un piccola serratura bianca su nel cielo tra due striature di nubi le cui ombre ti seguono come due delfini. Torni a guardare il mare, pensando a quanti occhi si celano laggiù.

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