Il vicedirettore dell'Istituto Bruno Leoni, Serena Sileoni, racconta per Formiche.net temi, suggestioni e sensazioni del presidente dell'American Enterprise Institute, Arthur Brooks, nelle presentazioni in Italia del suo ultimo libro...

Ride Brooks: mi chiede informazioni su una traccia di antiche mura vicino al Pantheon, e io rispondo svagata e impreparata. Ride della mia assuefazione al bello di Roma, e io cerco di giustificarla parlando di una città che sa esprimere quasi esclusivamente il senso della rovina tramite le sue semiabbandonate rovine. Conveniamo che non solo Roma, ma in generale i nostri luoghi, compresi i suoi United States, riflettano una decadenza che mi ricorda ancora una volta epoche già passate.

Da dove viene questa decadenza?

L’idea di Brooks è molto precisa, e ne parlerà anche negli incontri a Roma e Milano che l’Istituto Bruno Leoni, insieme a Rubbettino editore e il Centro Tocqueville-Acton, ha organizzato, a margine della pubblicazione italiana per Rubbettino del suo “The road to freedom” (“La via della libertà”), curata da Flavio Felice e Francesco Martini.

Quello che abbiamo perso, nel secolo dello Stato sociale, madre e padre insieme, premuroso di insegnarci come dobbiamo vivere e attento a centellinare le nostre libertà in nome degli interessi pubblici e della solidarietà coatta, è il valore della libera iniziativa, la consapevolezza di poter e dover costruire con le proprie responsabilità, i propri errori, le proprie capacità la nostra felicità. Stretti tra uno Stato vorace di cui ci lamentiamo quando paghiamo le tasse e uno Stato assistenziale a cui ci viene naturale rivolgerci per ogni soccorso, senza comprendere che sempre della stessa entità si tratta, persuasi dalla retorica solidaristica che parole come guadagno e successo abbiano solo un vile, perché venale, connotato materialistico, abbiamo dimenticato la bellezza della scelta e del dono, del rischio, della responsabilità, dell’intraprendenza anche quando le cose non vanno nel verso giusto, lasciando che una decadenza morale iniziasse ad aleggiare sulle nostre coscienze “assistite” e deresponsabilizzate. E se lo abbiamo dimenticato, in parte è anche perché chi, pur in tale retorica, resta convinto che il libero mercato e la libertà di iniziativa, che di essa è il presupposto, sono “la via per la libertà” non sa trasmettere il messaggio valoriale che c’è dietro questa convinzione. Quella per libero mercato e la libertà di iniziativa non è, dice Brooks, una scelta economica, ma una scelta di valore.

Le sue parole, il suo libro, la sua illustrazione delle ragioni morali della libera impresa mi ricordano quelle di uno dei più grandi scrittori del realismo socialista nell’Unione sovietica, Vassilij Grossman. Dopo una vita in cattività nei campi siberiani, testimone della follia stalinista e dell’utopia comunista, il protagonista di Tutto scorre confessa che “un tempo pensav[a] che la libertà fosse la libertà di parola, di stampa, d’opinione. Ma la libertà tuta la vita di tutta la gente. Ecco cos’è: è il diritto di seminare quello che vuoi, di cucire scarpe o soprabiti, di fare il pane con la farina che hai seminato, per venderlo o non venderlo, come vuoi tu […] nella lotta per il diritto di fare scarpe o cucire maglioni, di piantare quello che vuoi, si manifesta il naturale, indistruttibile anelito alla libertà proprio della natura umana”.

Il libro di Arthur Brooks non è solo una illustre esposizione di come la libertà è negata quando la libertà di intrapresa è negata, è anche un incoraggiamento, forse persino con un tono di benevolo rimprovero, per chi difende il libero mercato a cambiare le parole che usa per difenderlo, o a usarle in maniera diversa, senza temere di farne un discorso magari meno dimostrato da dati e numeri, ma più appassionante.

Ascoltandolo parlare mentre ammira con curiosità le vie stanche e afose di Roma, penso che, in effetti, le parole non mancano, manca forse l’armonia che le lega. Sappiamo bene che il discorso della libertà di iniziativa e del libero mercato è un discorso di responsabilità, merito, libertà di ricercare il proprio senso della felicità, bellezza del dono e della spontaneità. Ma forse, nel trasmettere queste parole, le usiamo come singole note, senza riuscire a unirle in un unico accordo che suoni come la ricerca della libertà attraverso la responsabilità e la ricerca della felicità attraverso la spontanea solidarietà.

(BROOKS VISTO DA UMBERTO PIZZI. TUTTE LE FOTO)

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