E’ dannoso per il Fisco offrire la prospettiva di possibili condoni, o anche di sanzioni scritte sulla carta che poi, nella realtà, non saranno mai applicate. E’ questo uno dei passi salienti dell’intervento della neo direttrice delle Entrate Rossella Orlandi, durante un convegno organizzato due giorni fa dalla Confcommercio.

L’affermazione è ovviamente condivisibile al cento per cento. Il punto è che i condoni alla luce del sole, quelli approvati con legge, sono forse i meno insidiosi. A fianco di questi, invero, esistono forme striscianti di “condono di fatto” che, soprattutto negli ultimi 15 anni, hanno alimentato forme strutturali di impunità riguardanti intere categorie di delinquenti fiscali.

Prendiamo a esempio il dato diramato nei giorni scorsi dal sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti circa la giacenza nei cassetti di Equitalia di insoluti netti, ancora da riscuotere, pari a 474 miliardi di euro.

Cosa si nasconde dietro una cifra così folle? Un improbabile tesoretto o, al contrario, una montagna spaventosa di crediti fasulli a fronte, viceversa, di evasioni d’imposta effettive che però nessuno incasserà mai?

Il governo ha già dichiarato che circa un quarto del finto bottino riguarda debiti di ditte fallite. Non è stato però ricordato che ad alimentare questa distorsione vi è, altresì, un fenomeno degenerativo venuto alla luce da tempo grazie a indagini svolte dalla Corte dei Conti.

La quale, con deliberazione n. 8/2011/G del 13 luglio 2011, constatò l’emissione abituale, da parte dell’Agenzia delle Entrate, di atti di accertamento che, forse per non incappare nelle responsabilità da danno erariale, verrebbero lavorati e mandati avanti ugualmente, pur sapendo in anticipo che essi nascono già morti. Si tratta di accertamenti che – dopo essere stati notificati ai propri destinatari – vengono da questi ignorati poiché nessuno li paga e nessuno li impugna.

Nella occasione, infatti, la Corte dei Conti setacciò a uno a uno tutti gli accertamenti emessi dalle Entrate a livello nazionale nel corso di cinque anni, dal 2006 al 2010. Elaborando i numeri forniti da questo documento di indagine si evince un dato sorprendente: il valore complessivo degli addebiti (comprensivo sia delle imposte occultate sia delle relative sanzioni) è stato in cinque anni pari a 202 miliardi. Di questi, però, la metà, e precisamente una cifra di addebito pari a 98 miliardi, risulta costituita da 650mila atti di accertamento che non sono stati né impugnati, né mai da nessuno pagati. E che dunque oggi sono diventati zavorra ingombrante che costringe Equitalia a girare a vuoto per centinaia di miliardi.

Inoltre, una più recente decisione della stessa Corte (deliberazione 8/2013/G del 10 ottobre 2013), sembra confermare la persistenza attuale del fenomeno, avendo evidenziato che all’interno di una particolare forma di controllo fiscale (accertamenti innescati dal confronto fra elenco clienti e fornitori) a fronte di addebiti complessivi pari a oltre 8,2 miliardi, gli accertamenti ignorati dai destinatari e rimasti privi di impugnazione hanno riguardato il 90% del totale addebitato.

Dietro questa strana indifferenza da parte degli accertati esiste a monte – evidentemente – una pianificazione a tavolino che garantisce di aver reso innocuo l’accertamento. Il fenomeno va avanti ormai da più lustri. L’escamotage viene attuato mediante la premeditata creazione di organismi societari ad hoc che riescono a neutralizzare in punto di fatto ogni futura reazione del Fisco. Ciò che avviene sovente mediante la costituzione di società affidate a finti manager ottantenni, con l’intenzione di farle durare non più di uno o due anni. Giusto il tempo necessario a risucchiarne indisturbatamente tutta la liquidità resa possibile dalle vendite ufficiali esentasse. Dopodiché esse vengono svuotate di ogni bene, prima di scomparire nel nulla previo spostamento all’estero, magari in un remoto angolo del Globo, della sede legale.

Non è chiaro ora se davvero le dimensioni del fenomeno sono tuttora quelle emerse dai due documenti della Corte dei Conti, E’ il caso, dunque, di verificare e chiarire. Rivolgiamo dunque l’invito alla neo direttrice Orlandi, visto che, per l’appunto, ha dichiarato di voler “agire per priorità, cercando le cose più grosse, pericolose e insidiose”.

Condividi tramite