Il peso della lobby maltese, il ruolo degli americani e l'attivismo del capo Aif. Ecco chi gongola per i prossimi avvicendamenti al vertice dell'Istituto per le opere di religione

Dicono che alla fine, lui, Ernest Von Freyberg, non veda l’ora di andarsene. Di tornare in pianta stabile in Germania, pensare solo ai suoi affari in terra tedesca e mettersi alle spalle l’anno e mezzo di presidenza dello Ior, la cosiddetta banca vaticana. E non è un caso, spiegano fonti pescate tra i corridoi d’oltretevere, che tra le motivazioni addotte per la sostituzione del cavaliere di Malta che Tarcisio Bertone – mettendo da parte altri nomi a lui più graditi – pose alla testa dell’Istituto per le Opere di Religione negli ultimi giorni di pontificato di Benedetto XVI, ci sia quello di voler stare accanto alla famiglia. Una famiglia mai portata a Roma, e visto che ora si vuole “un presidente che viva a Roma tutta la settimana” (critica niente affatto velata alle assenze di von Freyberg dalla Capitale) il cambio è necessario.

Dietro la sostituzione, però, c’è molto di più. C’è la consapevolezza che le cose, nel torrione di Niccolò V, non stanno andando come sperato dopo l’attivismo del Papa, deciso a fare piazza pulita delle mele marce e del vecchio modus operandi che per decenni ha contraddistinto l’attività dello Ior e che l’ex presidente Ettore Gotti Tedeschi voleva cambiare.

Il bilancio del 2013 è pessimo: l’utile netto è calato da 86 milioni a 2,8. Un disastro, se si considera che anche il percorso verso l’auspicata trasparenza è più lento del previsto. E questo nonostante le roboanti dichiarazioni che von Freyberg, un anno fa, aveva rilasciato alla stampa internazionale, in cui annunciava rivoluzioni imminenti, cambi di passo che avrebbero fatto dello Ior l’ente più limpido che potesse esserci.

La sua gestione è stata criticata anche a Santa Marta: se non dal Papa, dal suo fiduciario, mons. Battista Ricca, prelato dello Ior. Con una lunghissima lettera inviata al presidente uscente, Ricca ha elencato tutto ciò che non va nell’Istituto, a cominciare dal prestito di 15 milioni di euro alla LuxVide di Ettore Bernabei nel 2011, sul quale le giustificazioni del management della banca sono apparse a dir poco vaghe. Tutte motivazioni alle quali s’è aggrappato il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria per l’Economia, che avrebbe chiesta l’immediata sostituzione di Von Freyberg. Un comportamento, quello del porporato australiano, che avrebbe innervosito non pochi cardinali (specie italiani, da Bertello a Versaldi), che avrebbero preferito un rinnovo dell’assetto manageriale più dolce. Perplessità legate anche al fatto che l’uomo nuovo, Jean-Baptiste de Franssu, è poco nuovo e già non mancano i motivi per creare qualche imbarazzo (a cominciare dal fatto che suo figlio Louis lavora alla Promontory, la società di consulenza che sta controllando i conti dello Ior).

Ma Pell non ha arretrato di un millimetro, anche perché dietro di lui c’è il potentissimo Joseph F. Zara, “il maltese” che ha visto accrescere giorno dopo giorno il suo peso in Vaticano. Ormai, in Vaticano, si parla senza remore di “lobby maltese”, talmente radicata e influente da essere riuscita a far passare il nome di de Franssu nonostante quest’ultimo sia stato manager di una delle società create dallo stesso Zara, la Misco Directors Network. Operazioni che, notano fonti non troppo distanti dal torrione addossato al palazzo apostolico, fanno pensare che la strada verso la tanto agognata trasparenza sia ben lungi dall’essere intrapresa. Se a una lobby se ne sostituisce un’altra, poco cambia, si commenta dal Vaticano. E anche il Papa non sarebbe entusiasta dei giochi che si disputano in quello Ior che per un attimo aveva anche pensato di chiudere (come gli avevano chiesto non pochi cardinali nei primi mesi di pontificato).

Soddisfatti del cambiamento sarebbero anche i membri del Consiglio di Sovrintendenza dello Ior, lo stesso che nel 2012 defenestrò in maniera inopinata Gotti Tedeschi con un comunicato dai toni durissimi e mai visti prima oltretevere. In particolare, non dispiaciuto sarebbe Carl Anderson, segretario del board, americano e cavaliere di Colombo (con i cavalieri di Malta di von Freyberg non è mai corso buon sangue). Si potrebbe trattare però del canto del cigno, visto che da più parti si dà per certa anche la sostituzione dell’attuale consiglio con uno nuovo, dove la cosiddetta lobby maltese potrebbe farsi largo.

Niente da dire sul nome di de Franssu neppure dal direttore generale dell’Autorità di Informazione finanziaria, lo svizzero René Bruelhart, che ha visto crescere il proprio peso dopo l’uscita di scena polemica del cardinale Attilio Nicora, primo presidente dell’Aif, che se n’è andato sbattendo la porta per incompatibilità caratteriale (e non solo) proprio con il dg svizzero. Una lettera riservata del direttivo uscente dell’Autorità, pubblicata a inizio anno dal Messaggero, accusava Bruelhart di “opacità informativa”, ma che non ha avuto altro risultato che rafforzare ancora di più il direttore generale, che non sarebbe niente affatto dispiaciuto per l’uscita di scena di von Freyberg. Anche perché ha avuto garanzie che nulla cambierà per quanto riguarda i compiti dell’organismo da lui diretto.

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