Bruno, che era nato a Colonia in Germania, venne in Italia e precisamente a Serre vicino Mileto in Calabria. Siamo nell’anno mille. A Serre, dal conte Ruggero, Bruno ebbe affidate delle terre dove fece edificare la Certosa. Quella di Serra San Bruno, appunto, dove ancora oggi i monaci certosini vivono la loro oasi di ascesi.
Secondo Bruno quei luoghi così ameni, così belli, di perfetto equilibrio della natura, quelle colline che tendevano verso l’Alto, alle alture della piccola Sila, in quel brulicare delle acque dei ruscelli, in quel rumoreggiare festoso del vento tra i rami delle pinete di ciliegi e castani, era quanto di meglio potevano attendersi coloro che avevano affidato la loro vita alla vita contemplativa. Alla ricerca continua dell’infinito. Dell’Assoluto. Un ricerca faticosa, costruita sulle rinunce e sull’accettazione di una regola. Una ricerca asintotica e dunque dura per un essere finito come l’uomo, anche il più devoto. La natura nella sua bellezza costituiva quindi il conforto necessario perché la bellezza è l’inizio del terribile. Forse è per questo che, secondo alcuni, Majorana così come il pilota dell’Enola Gay hanno cercato rifugio tra le mura della Certosa. Perché uomini che di quel cammino avevano visto cosa c’era oltre l’inizio.

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