Se l’amore fosse un gas, sarebbe certamente un gas nobile. L’argon, o l’elio magari. Capace di riempire una mongolfiera e di sollevarla. Di farti sentire privo di peso con le gambe a penzoloni. Miraldi, giustappunto, Elio di nome, il Giovanni XXIII dell’esame di Fisica I, lui che magro non era, sintetizzava la sensazione così: “il Paradiso dei grassi”.
Come un lievito che scatena la fermentazione, che ti fa ribollire dentro tutta la chimica, – i più romantici lo sanno bene – ti rallenta perfino il ciclo di krebs, ti fa camminare per ore in macchina o a piedi per evitare di non pensarci, ti riempie i polmoni e ti rende un grande pallone aerostatico. Che vertigine lassù. Ti fa sentire un Dio capace di ogni metamorfosi. Di ogni inganno. Sei pronto a rubare i cavalli ad Apollo, a imboscarti nell’antro di Diana. A restare muto, di fronte alla bellezza di un sospiro. Acqua in bocca, pardon aria. E volare, volare ancora, spinto dal vento, sperando che soffi dalla parte giusta.
La chimica, però, in fatto di amore è pur sempre roba da depravati e, infatti, i gas nobili sono inerti. Vengono adoperati per spegnere gli incendi. Per “stutare”, come dicono in Magna Grecia. Vero, ma solo se l’incendio si prende piccolo. Tant’é.

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