La domanda è: come mai una terra come la Sicilia non sfrutta dal punto di vista turistico le tante aree termali che si ritrova? Risposta: il mercato del benessere termale in Italia è un mercato per modo di dire. La maggior parte dei clienti delle strutture termali sono i “curandi” ovvero cittadini italiani che ricevono dal Servizio Sanitario Nazionale un contributo parziale o totale per potersi recare presso questi centri.
Siamo sempre alle solite. La risorsa naturale e/o paesaggistica, il vantaggio competitivo, in Italia, viene ridotta, depotenziata. È trasformata in mero pretesto per mungere la solita e ormai raggrinzita vacca pubblica. E così, non solo si sfascia un’opportunità, ma si sfasciano pure i comparti indirettamente collegati. Il turismo, ad esempio.
La tradizione termale in Sicilia risale al calidarium e frigidarium dei Romani. La tradizione fu poi consolidata e rinvigorita dagli Arabi. Testimone ne sono le terme di Cefalà Diana vicino Palermo.
Uno potrebbe prendersi la briga di andare a buttarsi nell’acqua di qualche grotta, tutto strumentato, a misurarne alcalinità, terrosità, quanto bicarbonato c’è e compagnia bella. Scoprirebbe che, malgrado caratteristiche curative d’eccellenza, esse non costituiscono un settore importante dell’economia dell’isola. Perché, malgrado dal 2000 a oggi il mercato del benessere è esploso, prova ne è il proliferare di Spa e di centri benessere, il comparto degli stabilimenti termali, dove più che mantenere la propria forma fisica e rilassarsi si va per curarsi sfruttando le capacità curative dell’acqua di sorgenti naturali, non ha saputo cavalcare questa favorevole tendenza.
Statistiche alla mano, gli utilizzatori degli stabilimenti termali sono prevalentemente italiani che, tra Marzo e Ottobre, si vanno a fare una settimana alle terme. I Siciliani in particolare hanno la bella caratteristica di preferire alla Sicilia altre regioni d’Italia. Il Veneto e l’Emilia Romagna su tutte.
Sono, infatti, proprio gli stabilimenti di queste regioni a registrare il saldo attivo più elevato. Che è, per buona parte, foraggiato dalla santissima mano pubblica. Mano che, nonostante le cure termali, di artriti ne ha da vendere.
Certo negli ultimi anni la quota parte di “curandi” è diminuita rispetto a quella dei turisti che vengono dall’Italia o anche dall’estero per coniugare la cura del proprio corpo con la vacanza fatta di bei paesaggi e di luoghi d’arte. La Toscana è la regione che intercetta meglio di tutte le altre questa tipologia di flussi turistici. La Sicilia no. Per niente. Sebbene l’ubicazione dei suoi centri termali si abbini spesso con le più importanti città dell’isola e con le zone costiere più belle. Con tanti pezzi di storia e di cultura che, se opportunamente valorizzati, potrebbero attrarre un turismo straniero sganciato dalle logiche di assistenza. Con tutto quello che ne conseguirebbe. A ogni addetto del comparto termale corrispondono almeno sei addetti di tipo indiretto che ruotano attorno a questo servizio: dai professionisti del benessere (estetisti, massaggiatori, fisioterapisti) ai dipendenti delle strutture ricettive.
Il fatto è che a leggerli con attenzione i numeri di questo rapporto sul turismo termale in Sicilia si è presi da Psicopompo e portati giù nelle grotte, quelle di Vulcano, piene di acque termali sì ma anche dimora di demoni.

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