Si può dire che il capitalismo nacque con l’invenzione dell’orologio. La produzione di orologi infatti, essendo opera d’ingegno e di fine manifattura, portò con sé sviluppo e modernizzazione. Si svilupparono studi sui materiali, sui processi produttivi. La meccanica di precisione. Si posero le basi alla imminente Rivoluzione Industriale. All’epoca il costo di produzione di un orologio era prevalentemente costo di manodopera. L’orologio misurava il tempo, con sempre maggiore accuratezza le ore. Le ore di manodopera.
Gli orologi furono i primi prodotti che l’Occidente, dopo molti secoli, riuscì a vendere in Cina. Nel diciassettesimo e diciottesimo secolo, infatti, la bilancia dei pagamenti tra l’Europa e la Cina era fortemente squilibrata. Non c’era domanda di prodotti europei in Cina. I vascelli partivano dall’Europa gravidi di moneta sonante per poter acquistare le spezie in Oriente.
Furono, manco a dirlo, i gesuiti a diffondere tra i mandarini cinesi gli orologi. Le campane che suonano il tempo da sole. E non dovette essere impresa facile. Quella Cina era la Cina in cui la popolazione era divisa in una élite ristrettissima di funzionari imbevuti di cultura umanistica da una parte e dal resto della popolazione contadina poco scolarizzata dall’altra. Per i primi il tempo poteva essere tranquillamente scandito con la risoluzione del giorno o finanche della settimane. La risoluzione dell’uomo contemplativo. I secondi invece si facevano bastare il sole che dava il ritmo alle loro schiene ricurve sui campi. Alcuni mandarini, che erano gli unici che potevano permettersi l’acquisto di un orologio, erano più interessati, più che agli orologi, a oggetti assai curiosi come i mulini o i velieri dentro alle bottiglie.
Ecco oggi la Cina investe all’estero più di quanto l’estero investe in Cina. E l’Europa che ha inventato l’orologio e lo ha reso sempre più accurato e risoluto miniaturizzandone componenti e ore di manodopera oggi si ritrova dentro a una bottiglia di vetro come un mulino a vento.

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