L’Unità é, al tempo stesso, una parola magica che subito evoca umanità, essere umano, vita umana e una testata prestigiosa che chiama direttamente a se valori come libertà e uguaglianza, emancipazione e liberazione umana, giustizia sociale e laicità, progresso e benessere. Essa rispecchia l’identità del suo fondatore Antonio Gramsci che le diede quel nome puro e semplice e che la volle quel 12 febbraio 1924 un giornale di sinistra rivolto a operai e contadini e soprattutto senza alcuna indicazione di partito.

Per cui, al di là dei generosi e non richiesti consigli di Enrico Mentana o dei desiderata di acquisto senza futuro di Daniela Santanché da sola o in coppia con Paola Ferrari De Benedetti, c’é da scommettere che il giornale di Gramsci non solo si tirerà dalle sue difficoltà, serie e di un certo rilievo, ma vivrà restando sia in edicola che sul web.

Semplicemente perché, nonostante i tanti becchini di destra e di sinistra, ai quali il de profundis si strozzerà in gola, l’Unità non puo’ morire: il bollettino medico parla infatti di malore  indotto dal virus malefico della incompetenza manageriale abbinato spesso a una scarsa vitalità della direzione, e non di coma irreversibile.

Sta solo un po’ male l’Unità, come capita dopo una storia d’amore finita male per non aver visto e sentito chi si era scelto quale oggetto del desiderio. Poi basta cercare e trovare un nuovo incontro, sincero, pulito e ricco di fantasia per risollevarsi come d’incanto. Con calma e un pizzico d’ottimismo ci si rimette in piedi, come diceva Gramsci: anche quando tutto sembra perduto bisogna mettersi tranquillamente all’opera ricominciando dall’inizio. Appunto da quel nome puro e semplice e da quelle disposizioni: di sinistra e senza indicazioni di partito.

E’ probabile che strada facendo s’incontri un po’ di indifferenza, ci si imbatta in giochetti scemi, fatti di cavilli e sgambetti da chi dovrebbe essere imparziale e scrupoloso nel massimizzare il valore degli assets o di vere e proprie boutade alla Santanchè e Ferrari, tanto per irritare. Ma, come intonava la stupenda voce di Ornella Vanoni in Senza fine, tutto ormai é nelle tue mani. Mani grandi. Mani senza fine. Ossia della redazione e del socio di maggioranza Matteo Fago con il 51% della Nie, società messa in liquidazione per il virus malefico dell’incompetenza manageriale abbinato, spesso, a una scarsa vitalità della direzione.

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