Deve essere capitato un paio di sere fa. Un fulmine mi ha colpito, in pieno, nel cuore della notte mentre, prone, dormivo. Mi ha letteralmente squarciato in due parti. Come un vitello di Lovis Corinth. Le due metà hanno ruotato di novanta gradi ciascuna in modo da mettersi sul fianco. Si sono incrociati gli sguardi. Un occhio adesso guardava l’altro. Non saprei dire dove fosse finita la retina. Forse si era divisa, pure lei, in parti uguali. Fatto è che un occhio che punta l’altro manda in crisi il sistema di generazione dell’immagine sulla retina. E infatti non vedevo un occhio, che poi vai a sapere qualche dei due fosse, ma probabilmente quella che era stata l’ultima immagine residente sulla retina al momento del colpo tonante. Era una donna. Al pianoforte. Nudo era il leggio, senza spartito. Suonava una musica che non riuscivo a sentire. Un musica tutta sua, tutta intima. Portava una maschera in volto. In alto nell’angolo un piccolo buco della serratura non era altro che Luna, a spicchio, che spiava questo silenzio così ben suonato.
La sveglia interruppe la musica, dissolse l’immagine sulla retina. Mi alzai. Tagliai in due i pantaloni, in due la camicia. Ogni mezzo si vestì della sua parte. Che comodità non avere più la necessità di abbottonare. Poi, con i calzini in mano, perché quelli con una mano soltanto è proprio difficile infilarli, presi e uscii. Data la situazione, avevo un appuntamento con Glenn Brown.

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