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Lui, lei e la reticenza

Erano ai capi di due terminali loro. Lui insisteva, smaniava. L’audacia dirigeva l’inchiostro facendo delle l giavellotti d’amore, della h pinze per solleticare, delle u sorrisi con cui dissimulare il desiderio. Le parole che ne venivano fuori sotto l’egida del pensiero costruivano, però, pensieri di premure, gravidi di attenzioni e di una cura per lei che erano una meraviglia. E lei, prima incassava, poi rintuzzava. Come lo schermidore sulla pedana che indietreggia, di tacco e di punta, e l’istante successivo, di punta e di tacco, affonda. Se lui era Nedo, lei era Aldo. Così erano le sue di risposte, quelle di lei. Righe d’inchiostro che, alla lettura, parevano ondeggiare. Da giorni andava avanti la schermaglia con lui che, impegnato in qualcos’altro, buttava, di tanto in tanto, l’occhio al terminale sperando nel sopraggiungere della nuova di lei. La versione moderna di quell’allungare l’occhio alla via nella speranza di vedere il postino spuntare.
E tutte le volte che la missiva elettronica tardava ad arrivare, lui finiva con leggere e rileggere quelle dei giorni precedenti. Cercando di scavare tra le virgole, infilando la testa nelle o per vedere dall’altra parte. E in quei corridoi, stretti dall’interlinea, che si perse. Come in un labirinto. Girava e rigirava scoprendosi sempre di fronte a quella maledetta tabulazione. A capo. Solo allora capì che quella sensazione di reticenza non stava nelle siepi di parole cui passava di fianco ma in sé stesso.

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