A un certo momento il vento iniziò a prendere la corsa dal mare verso la terra. E accelerò in pianura per raggiungere di slancio la collina. Nella salita, si insaporì di tutti i profumi e di quell’umidità giungendo sulla terrazza, dove lui e lei si trovavano, fresco. Punse lei e solleticò lui.
Lei prese quindi lo scialle, nerissimo e ricamatissimo, e se lo mise, con ancor più  femminilità di quanto un uomo può immaginare, sulle spalle che fino a quel momento erano rimaste scoperte. Oggetto di sguardi, occhiate e desiderio come lo Stretto visto da S. Elia.
Lui vide lo scialle e corse appresso ai pensieri che, come due potenti destrieri dalle cui briglie lui non riusciva mai a staccarsi, se lo portarono via. Lo scialle fu, in principio, quello della nonna. Depositaria dell’arte dell’unire con la bellezza del ricamo. E segno di lutto, anche. Come quella volta che la liturgia del coprire dietro al chiaroscuro del ricamo si fece discrezione e privato appartamento. Chè le due cose poi, si sa, vanno a braccetto. Vedere lei con quello scialle indosso, poi, gli ricordò pure la mamma che dentro allo scialle trovava il conforto del calore nelle più fredde e umide sere d’inverno.
E, come a teatro, quel ricordare del “fu” seppe entrare nell’ “è”. Si accalorò lui, ma di ben altra natura era la calura che lo pervase. E in quella maglia, in quel reticolo di pizzo si perse vinto dalla bellezza di lei che, come il torero nell’arena, fece del suo scialle, muleta. E lui, così, non attese altro di venire preso dalla pica. Perchè lo scialle è donna.

Condividi tramite