Vi spiego perché ho la passione per le startup. Parla Edoardo Narduzzi

Vi spiego perché ho la passione per le startup. Parla Edoardo Narduzzi
Parole, opere e missioni di un imprenditore eclettico con la passione del giornalismo

Grazie all’autorizzazione del gruppo Class Editori, pubblichiamo l’intervista di Mauro Romano apparsa nel quotidiano Italia Oggi.

Il pil ancora in caduta e la disoccupazione giovanile che ogni mese batte un nuovo record negativo hanno rovinato l’estate degli italiani. Il loro ferragosto sarà sotto il segno dei dubbi, delle incertezze anche sul possibile autunno caldo in arrivo. Non riescono a spendere neppure gli 80 euro che il governo Renzi gli ha messo in tasca ogni mese. Ma non è il caso di alzare bandiera bianca.

Ci sono tante storie di imprese italiane capaci di battere la recessione. Sono gli Highlander, gli imprenditori ormai rotti a tutto e pronti per ogni avventura. Come Edoardo Narduzzi che si definisce imprenditore per caso.

Infatti nasce come giornalista finanziario (è editorialista di ItaliaOggi oltre che di Milano Finanza) con master in finanza alla London Business School ed in economia ad Harvard, tanto che ancora oggi la sua passione è scrivere e leggere a mani basse. Pur essendo nel frattempo diventato un imprenditore di successo con interessi e partecipazioni in aziende che operano in una decina di paesi e occupano circa mille professionisti, fatturando 110 milioni di euro all’anno.

Tutte le sue aziende operano nel settore della tecnologia e tutte hanno per epicentro l’Italia. «Quando è cominciata la recessione nel 2008 fatturavo meno di 20 milioni di euro e avevo partecipazioni in solo due società. Oggi ne fatturo circa 110 ed ho appena lanciato una nuova startup con un team di professionisti di ottima qualità, MioWelfare, ed a breve lancerò SelfieWealth, un cambio di paradigma per il segmento della Fintech»..

A Narduzzi, imprenditore romano, la recessione non si può dire che abbia messo soggezione o gli abbia suggerito di tirare il freno in attesa che la nottata passasse. L’impresa più grande che ha co-fondato, Techedge, è ormai un gruppo internazionale dell’Ict attivo in una decina di mercati che in soli dieci anni è passato dalla fase dello startup a 65 milioni di fatturato. La portaerei della sua fitta rete di investimenti nell’high-tech.

Visto che il vero problema dell’Italia è la disoccupazione lei quanti nuovi posti di lavoro ha creato negli ultimi anni?

Da quando ho iniziato a fare l’imprenditore, più di mille. Dal 2008, primo anno di recessione in Italia, circa 500. E si tratta di posti di lavoro ad alto valore aggiunto perché, nella quasi totalità dei casi, si tratta di professionisti con lauree o dottorati tecnico-scientifici. Nel solo 2014, la mia contabilità segna 22 nuove assunzioni.

Scusi quale è il segreto, se ne esiste uno?

Scegliersi soci di qualità mondiale, avere una visione innovativa di settore, saper movimentare le energie degli ingegneri italiani e, soprattutto, avere il mappamondo sempre la le mani. Che non significa banalmente sentirsi parte della globalizzazione, ma, più concretamente, saper sempre cogliere una prospettiva di analisi, un taglio di business originale rispetto al comune modo di pensare.

Quindi anche in Italia è possibile fare startup di successo nel settore della tecnologia?

Certo che è possibile anche se è meno facile rispetto ad altri contesti. Il nostro è un mercato piccolo, periferico dove ci sono poche grandi imprese e una ridotta propensione al rischio. Le startup, invece, per realizzarsi, hanno bisogno di grandi mercati e di grandi clienti che le facciano rapidamente passare dalla fase dell’ideazione a quella dell’affermazione. Il capitalismo dell’innovazione e delle startup è, per sua natura, accelerato, tutto si consacra o si brucia rapidamente; ma la velocità relativa, in Italia, è ridotta per due ragioni: perché ci sono meno capitali a disposizione e perché ci sono meno storie di successo che possano fungere da track record per chi investe. Insomma avremmo dovuto cominciare una quindicina di anni fa come gli scandinavi perché la cultura non si cambia facilmente.

In che senso?

In Italia, le famiglie, per i figli bravi, non sognano un futuro da imprenditore dell’innovazione. Troppo rischioso, meglio fare i notai o andare in Bankitalia. Ma sono i più bravi che devono essere spinti a competere sulla frontiera del nuovo, perché quello che poi produrranno, darà benefici, anche occupazionali, a molti.

Quante aziende ha creato nella sua vita?

Una dozzina. Le prime due sono state vendute una decina di anni fa. Poi ho capito che creare una azienda è molto difficile e che, se ha successo, è bene tenersela e spingere a tutta fino a quando l’energia c’è. Oggi detengo partecipazioni in nove diverse società di cui tre sono delle startup innovative per la nostra legge. Alcune hanno battuto ogni più ottimistica aspettativa come Vetrya, fondata dall’amico Luca Tomassini nel 2010 e nella quale ho deciso di investire fin dalla nascita e di contribuire alla sua crescita, che è ormai leader in Italia nei servizi a valore aggiunto di nuova generazione per le Tlc e i broadcasters. O come TrustMyPhone con una tecnologia proprietaria nei pagamenti mobili che quest’anno si sta ben affermando nel mercato e che è pronta all’internazionalizzazione. Altre sono più tradizionali come mashfrog, leader nelle soluzioni per smartphone e smartTV nel gioco digitale. Altre sono delle scommesse da dover necessariamente esportare a Londra perché tutte incentrate nel mondo della finanza innovativa, come EvaBeta, o delle televendite di nuova generazione come TiVinci.

E l’ultima nata?

La new entry si chiama MioWelfare, una startup innovativa che rivoluzionerà il modo con il quale gli italiani si informeranno e consumeranno i servizi della sanità, della previdenza e della formazione. Abbiamo costituito una molteplicità di database specialistici che contengono informazioni non reperibili altrove, neppure su Google, e sviluppato un nostro algoritmo di settore. Ricercare o comparare una polizza sanitaria o un piano previdenziale diventerà un clic a portata di tutti.

Quindi l’Italia non è condannata al declino?

È un lusso che non possiamo permetterci. E sa perché?

No, perché?

Perché noi dobbiamo rendere conto a gente come Leonardo, Galileo, Michelangelo. Quando moriremo saremo da loro interrogati, per capire se meritiamo o meno il paradiso, e ci chiederanno cosa abbiamo fatto nel corso della nostra vita per onorare l’avviamento che ci hanno lasciato. E l’unico modo per non essere spediti all’inferno sarà dimostrare di averci provato, convincere Leonardo che, Steve Jobs era ineguagliabile, ma che abbiamo fatto il massimo per competere sulla frontiera dell’innovazione.

ultima modifica: 2014-08-16T10:40:28+00:00 da Mauro Romano

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