La storia è una storia d’amore. Quella tra Carin von Kantzow ed Hermann Göring. La coppia simbolo del Reich. Lei bellissima, come una Stella Alpina. Una dea del Nord. La Lady D per gli inglesi. Lui, spiantato e senza un soldo, asso della prima guerra mondiale, erede del Barone Rosso, che brillava ancora del minio sul suo giubbotto da aviatore.
La Storia, invece, quella sullo sfondo, la tela dove in primo piano stanno i due protagonisti, è quella fatta dalle pagine più buie del calendario dell’umanità.
La Storia che si srotola nel selciato dei secoli, oscillando a destra e a sinistra dell’idealismo hegeliano, in quegli anni, è mossa dalle derive dell’animo umano: la menzogna e la follia. E quell’amore che è un romanzo, che scocca nella lucentezza e con la densità di energia di una scintilla, finisce con il diventare la metafora particolare del dramma dei drammi. La tragedia universale. Proprio come questa particolarissima storia d’amore, vittima delle medesime derive: la menzogna e la follia.
Buttafuoco zappa la sua vigna ed è buon enologo. Il risultato si conferma per timbro e retrogusto, pure. Ovvio, è vino per cui è meglio non essere a stomaco vuoto. L’orrore, infatti, torna alla mente, a ogni filare di capoverso, evocato dal collegarsi delle date e dei fatti di questo prologo d’amore al più orrendo dei misfatti dell’umanità.
Nel rileggere alcuni passaggi, dopo aver raggiunto l’ultimo stillare d’inchiostro, un dipinto torna alla mente: La caduta di Icaro di Peter Bruegel.
Col garbo e la cura con cui l’autore restituisce intatta una storia d’amore straordinaria, animata dal prorompere del più forte dei sentimenti, pulsa infatti al contempo un senso di angoscia e ansia. L’idea che tutto può finire da un momento all’altro. E finire nello sfascio completo. C’è nel ritmo che accompagna le volute delle descrizioni, i pastelli che colorano un amore devoto e smisurato, l’angoscia che viene da un ineluttabile senso di morte. L’idillio porta con sé la depravazione. Quella del marito di Carin, ad esempio. Quella di Hermann che, drogato di morfina, alla stregua di un personaggio uscito dalla penna di Faulkner, alza fino all’impossibile la posta della sua vita. Ecco perché la tela di Bruegel. Come Icaro, così Hermann aviatore, asso della prima guerra mondiale, diventa Göring. Il giubbotto da aviatore lascia il posto al pastrano delle SS. Alza la posta fin oltre le possibilità stesse dell’uomo e ipoteca la sua fine. La sua stessa caduta. Solo che la sua caduta, la sua personale tragedia, come nel dipinto di Bruegel, è la metafora di ben altra apocalisse. L’aratro della storia ha ben altro vomere. E, come il contadino visto dall’artista fiammingo, non si cura di quante vittime cadono sotto lo spalancarsi del baratro della voragine che ha creato. E in quella voragine, che evoca la fossa comune simbolo della negazione dell’essere umano, corre il parallelismo delle infinite sepolture delle spoglie mortali di Carin che, come in una metamorfosi, nell’amore ha trovato la morte e l’errare senza pace del suo corpo mortale.
Anche durante il procedere della narrazione in cui l’autore, come Sokurov dietro a una cinepresa, ha il fuoco su di un momento festoso, in disparte, appena fuori dal primo piano ci sono sempre, come in Bruegel, il coltello, il borsello e una cintura slacciata. Le minacce, le lusinghe cui l’umanità di quegli anni non riesce a resistere. E’ una polveriera, con tanto di micce, che la megalomania drogata di un gruppo d’individui, alla stregua di un’overdose d’amore, avrebbe innescato.
Libro coraggioso che, con dovizia di particolari, restituisce una pagina di storia trasfigurata dalla lente del romanziere. La prosa è lineare, scolpita sull’asfalto del foglio da una penna che marcia come un fante della Wermacht. Ma l’inchiostro che ha l’effetto acquerellato dovuto alle lacrime di Carin saprà soddisfare il gusto delle signore lettrici cui il libro è destinato.

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