Che succede al Corriere della Sera? No, non stiamo parlando del vertice del quotidiano, visto che è conclamata la prossima uscita del direttore Ferruccio de Bortoli, con una procedura inedita: annuncio di uscita concordata, transizione dello stesso direttore fino a quando il condominio piuttosto turbolento di Rcs Mediagroup troverà l’accordo sul nome del successore di de Bortoli.

Si sta invece parlando di un crescente anti renzismo che nelle ultime settimane si sta palesando anche sulla prima pagina del quotidiano di via Solferino. In effetti il tasso di anti renzismo più alto si registra sovente nella pagina dei commenti e delle rubriche, specie quando viene pubblicata quella appannaggio di Piero Ostellino. L’intellettuale liberale, già direttore del Corriere della Sera, non si risparmia nello sbeffeggiare il fuffismo ai limiti dell’autoritarismo del premier e segretario del Pd. Toni e sostanza di critiche che Ostellino ha raramente dedicato all’ex premier Silvio Berlusconi, bofonchiano i renziani di stretta osservanza.

Ma anche sulle prima pagina del Corriere, dove campeggiano i pensosi editoriali che sembrano voler dare la linea all’Italia e al mondo, nelle ultime settimane si stanno intensificando commenti critici del premier. Beninteso, il quotidiano diretto da de Bortoli non può essere annoverato tra gli organi di stampa più renziani. Certo, negli ultimi tempi del governo Letta – forse quando la sorte dell’esecutivo presieduto da Enrico Letta era già segnata – fu lo stesso direttore del quotidiano a mettere in guardia dalla eccessiva flemma non troppo pregna di risultati del governo di ex larga coalizione. Per questo anche il Corriere intravvide nella leadership di Matteo Renzi forgiata nelle primarie del Pd come una chance utile all’Italia per un governo più politico e meno tecnico, dunque più in grado di affrontare le sfide soprattutto economiche che attendono il Paese.

Però di recente, dopo una iniziale ondata di fiducia, e comunque con cronache mai ostili, anzi, come ad esempio quelle vergate da Maria Teresa Mieli su pensieri e gesta del premier, il quotidiano rizzoliano tramite i suoi editorialisti principali sta concentrando perplessità e critiche sul governo Renzi. Forse quelli meno antipatizzanti sono gli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, mentre da Angelo Panebianco a Ernesto Galli della Loggia, passando per Pierluigi Battista, si susseguono le stilettate sulla prima pagina del Corriere. Ora perché Renzi sembra un uomo solo al comando; ora perché il riformismo vantato dal premier è ancora poco fruttuoso di risultati nonostante le buone intenzioni; ora perché la comunicazione renziana prevale sulla sostanza.

E si arriva così ad oggi con un Franco Venturini, editorialista di punta di politica estera del Corriere della Sera, che assesta queste sonore scudisciate a Renzi:

Non gli manca di certo la capacità di comunicare, ma la consapevolezza di dover rendere l’Italia più credibile quando la si guarda dalle capitali europee che contano, quella sì sembra fargli difetto. Il suo linguaggio è spesso aggressivo verso «l’Europa da cambiare», obiettivo che condividiamo ma con altro stile. La sua sfida per imporre Federica Mogherini nel ruolo di Alto rappresentante per la politica estera è stata vinta, ma ha creato malumori, per l’eccesso di irruenza troppo diverso dalle paludate mediazioni cui è abituata la Ue.

Quanto al semestre di presidenza italiana, era nato zoppo per il tempo che avrebbe richiesto il ricambio della Commissione. E comunque quando qualcosa si prova a fare siamo alle solite, come dimostra il poco rispettoso tira e molla sul vertice che si terrà l’8 ottobre a Milano per discutere di lavoro. Un errore di calcolo pare del resto emergere sull’effettiva consistenza dell’«asse» con la Francia che ha le stesse nostre rivendicazioni, ma che si guarda bene dall’irritare la Germania, debole com’è nelle sue alte sfere politiche. Germania che a sua volta lascia trapelare una certa insofferenza nei confronti di una Italia definita «inconcludente». 

Per convincere e ottenere (forse), Renzi, oltre a cambiare l’Europa, doveva e deve cambiare l’Italia. Non può bastare il suo ottimo risultato elettorale alle Europee. Fiducia nell’Italia significa riforme fatte e rese operative senza arenarsi nella vergognosa montagna dei decreti attuativi che non hanno mai visto la luce, significa pochi annunci ma seguiti da riscontri, significa non avere un Parlamento bloccato dai regolamenti di conti interni ai partiti (e qui la colpa non è di Renzi, o non è soltanto sua). 

Non vogliamo dire che il premier abbia fatto poco o nulla nei suoi primi mesi di governo. Non sarebbe nemmeno giusto liquidare ora i suoi «mille giorni». Ma un problema esiste, ed è di considerevole entità: se Renzi non capirà alla svelta che un certo atteggiamento retorico («se vogliono la guerra avranno la guerra», ecc.) risulta controproducente in Europa più che mai se non è puntellato da realizzazioni compiute, sarà il suo stesso progetto a finire contro un muro. Un muro che potrebbe chiamarsi Katainen prima ancora di chiamarsi Merkel. 

Resta l’ipotesi che Renzi sia arrivato alla conclusione che le resistenze alle riforme siano troppo forti, che si debba andare alle elezioni nel 2015 portando in dote i tentativi riformisti (vani?) cui stiamo per assistere a cominciare dal decreto lavoro. Si capirebbe, allora, che nella sua strategia certi messaggi diretti all’opinione pubblica nazionale prevalgano oggi sulla moderazione dei comportamenti verso l’Europa. Si tratterebbe comunque di un errore, perché il danno fatto renderebbe ancor più difficile una risalita già molto ardua. Ricordate il Telemaco del primo discorso a Strasburgo? Era coraggioso e pieno di speranza. Ma se non cambierà anche lui, assieme all’Italia e all’Europa, Ulisse non riuscirà a trovarlo.

Per caso il Corriere della Sera con una direzione nel limbo e in scadenza è più scapricciatiello?

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