Due settimane fa l’appello congiunto lanciato dalla dirigenza di al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) e di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) a favore di una ritrovata unità del fronte jihadista siriano (duramente segnato negli ultimi mesi da scontri intestini di estrema violenza) aveva scatenato una ridda di interpretazioni profondamente differenti.

Alcuni analisti avevano letto nel messaggio lanciato dalle due formazioni l’ultimo (l’ennesimo a dir la verità) segnale dell’indebolimento della presa di Ayman al-Zawahiri sulla galassia qaedista e la contemporanea ascesa del sedicente Califfo Abu Bakr al-Baghdadi all’interno del più ampio scenario jihadista. Secondo tale interpretazione, l’appello all’unità lanciato da AQIM e AQAP avrebbe sotteso un endorsement indiretto alle velleità dello “Stato Islamico” (IS), che l’erede di bin Laden aveva ufficialmente estromesso dal movimento qaedista lo scorso febbraio.

La dichiarazione dei giorni scorsi avrebbe quindi costituito una critica, seppur indiretta, alle scelte di al-Zawahiri. Questi, ostracizzando il Daesh (altro nome con cui è conosciuto lo “Stato Islamico”), avrebbe finito coll’alienare ad al-Qaeda (AQ) il sostegno di migliaia di giovani attivisti (i.e. potenziali reclute) e col creare una contrapposizione destinata a indebolire l’intera galassia jihadista.

Di parere completamente opposto erano, invece, diversi altri esperti che ritenevano che la dichiarazione di AQIM-AQAP costituisse invece l’ennesimo tentativo di ricomporre l’unità delle forze jihadiste. Questa era uscita profondamente scossa da una contrapposizione palesatasi non solo nella querelle esplosa tra al-Zawahiri e al-Baghdadi, ma anche nella lotta senza esclusione di colpi lanciata dai militanti dal Daesh nei confronti della branch qaedista siriana di Jabhat al-Nusra. Uno scontro considerato da molti come una vera e propria “opa” lanciata da IS nei confronti del monopolio di AQ sul panorama jihadista internazionale.

Una tesi sostenuta, tra l’altro, dalle stesse parole del portavoce di al-Baghdadi che, in occasione della proclamazione del Califfato del giugno scorso, invitava tutti i musulmani a giurare fedeltà al “nuovo califfo”, specificando che la legalità di tutti gli “emirati, gruppi, stati e organizzazioni fosse da allora in avanti da considerarsi nulla, in seguito all’avvento del Califfato e all’entrata delle sue truppe nei loro territori”.

Come sempre in questi casi, in medio stat veritas, e il comunicato dei due gruppi potrebbe riflettere la volontà di bypassare l’ostracizzazione di IS sancita dalla dichiarazione di febbraio di al-Zawahiri senza criticarne apertamente l’operato.
In questo contesto il panorama jihadista mesopotamico e levantino appare dominato da diversi attori legati più o meno direttamente all’autoproclamato Califfato di al-Baghdadi, alle forze di Jabhat al-Nusra e agli operativi inviati in Siria da al-Qaeda centrale (designati in questi giorni col nome di Khorasan e impegnati, secondo le ultime indiscrezioni, nell’organizzazione di attentati contro l’Occidente).

Senza considerare le decine di formazioni non direttamente affiliate alle realtà sopra indicate, ma unite ideologicamente da una comune (ancorché variegata e assolutamente indefinita) matrice jihadista. Un crocevia di movimenti che, al netto di alcune alleanze tattiche, si trovano spesso in aperta competizione tra loro e che paiono tutt’altro che disponibili al dialogo nel nome dell’unità del fronte jihadista.

Al di là delle interpretazioni di questi giorni e della rilevanza degli attori in gioco, difficilmente l’appello di AQIM e AQAP potrà mutare le dinamiche interne alla galassia jihadista in Siria e Iraq, né riavvicinare leader e movimenti che non si sono fatti scrupoli a massacrare i propri fratelli per il controllo di risorse, roccaforti strategiche e vie di comunicazione. Paradossalmente, però, laddove hanno (probabilmente) fallito le parole di AQIM e AQAP potrebbero avere successo i raid condotti in questi giorni dalle forze aeree della coalizione internazionale guidata da Washington.

Proprio la pressione esercitata da Obama e alleati su IS, JaN e Khorasan potrebbe spingere queste realtà a mettere (temporaneamente) da parte le vecchie rivalità, per fronteggiare il comune nemico. Una unintended consequence che rischierebbe di sottolineare ancora una volta l’inefficacia di una strategia di contenimento basata su raid aerei che possono rompere l’inerzia dell’offensiva jihadista ma che, come ben descritto da Brian Fishman in un op-ed di agosto, non possono sperare di eliminare le forze del Daesh e quelle ad esse ideologicamente affini. Al massimo, gli attacchi aerei e il sostegno fornito a non meglio precisati alleati locali (soprattutto all’interno dello scenario siriano) possono sperare di contenere il pericolo jihadista. Per quanto a lungo solo il futuro potrà dircelo.

Andrea Plebani, assegnista di ricerca presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e Associate Fellow ISPI

Paolo Maggiolini, Research Fellow ISPI

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