L'analisi di Guido Salerno Aletta tratta dal sito Teleborsa

Guardatela su un mappamondo, l’Ucraina: è grande quasi il doppio della Germania, rispettivamente 604 mila chilometri quadrati e 357 mila. E’ una terra di mezzo, come la Polonia, ma a differenza di quest’ultima faceva parte dell’URSS, prima della sua dissoluzione, e poi della CSI.

Gli europei la conoscono soprattutto per le vicende relative ai gasdotti che dalla Russia la attraversano per soddisfare il suo fabbisogno energetico e per poi arrivare sino da noi: se il Governo di Kiev non paga per il gas prelevato dalla Ucraina, l’alimentazione viene bloccata completamente, e così anche noi rimarremmo al freddo. E’ già successo in passato, e non è detto che anche il prossimo inverno non accadrà lo stesso: se i fornitori russi dovessero bloccare nuovamente gli approvvigionamenti, perché non ci si mette d’accordo sul prezzo e sulla tempestività dei pagamenti dopo aver saldato le pendenze arretrate, l’Unione europea ipotizza già di invertire la direzione dei flussi nei gasdotti per provvedere al fabbisogno energetico ucraino, ma non è chiaro da dove arriverà questo gas.

Dopo la crisi crimeana, la Russia alza la posta, giorno dopo giorno, sostenendo i ribelli delle province sud-orientali russofone: deve arrivare alla creazione di un’area che la colleghi alla Crimea, altrimenti isolata perché è divenuta territorio russo ma raggiungibile solo dal mare. E’ caduta nel tranello teso dai movimenti di piazza, sobillati da fuori come spesso avviene: dopo che il Governo in carica è stato costretto alle dimissioni ed il suo Premier costretto a riparare in Russia, si è insediata una compagine che ha deciso di abrogare la normativa secondo cui il russo era la seconda lingua ufficiale. E’ stata una provocazione, ovviamente, che serviva a scatenare le ire degli abitanti della Crimea, che fino al 1953 e nei tre secoli precedenti era parte della Russia. Il referendum popolare per l’annessione della Crimea alla Russia era quasi scontato, così come sono ormai scontate le sanzioni economiche da parte degli Usa e della Ue per quella che è stata considerata una gravissima violazione delle regole del diritto internazionale. Il muro contro muro nelle altre province sud-orientali della Ucraina, russofone, vede l’esercito ucraino scontrarsi con i ribelli che godono del sostegno economico e militare della Russia: ciò giustifica gli aiuti occidentali al Governo di Kiev e rende inevitabile il basculamento dell’Ucraina nell’orbita europea e della Nato. Per l’Unione europea, altre spese, altri costi: come è successo con gli altri Paesi ex-comunisti, ci accolliamo sempre i problemi degli altri.

Se Mosca non fa nulla per nascondere il suo aiuto ai ribelli, è perché dà già per scontata la adesione della Ucraina alla Unione europea ed in prospettiva alla Nato. Dà per scontata, poi, la formazione di una nuova Cortina di ferro filo-occidentale, che parte dalle nazioni baltiche per passare alla Polonia e saldarsi a sud con la Ucraina. Dei Paesi europei aderenti al Patto di Varsavia, che formavano quella spessa cintura che circondava l’Urss, non rimarrebbe così che la Bielorussia. Mosca non vuole perdere il confronto con l’Occidente sulla Ucraina: vuole a tutti i costi un successo politico, anche se solo tattico, con la costituzione di una entità statuale nell’area russofona.

Il danno alle relazioni economiche tra Europa e Russia determinato dalle sanzioni in atto è evidente, come pure sembra irreversibile la spinta americana a rendere quanto più possibile impervie le relazioni politiche: l’Unione europea è solo l’avanguardia della Nato.

C’è ora chi grida al lupo, per mettere in guardia l’Europa dalla pressione russa, paragonata alla espansione nazista del ’39. In realtà l’Unione europea si è messa in un angolo, da sola: vive una assurda recessione provocata dalle politiche di austerità, si priva del mercato russo e del suo gas, fronteggia un Mediterraneo in fiamme e un Medioriente musulmano destabilizzato. L’Europa assomiglia al Terzo Reich del 1945: sta per implodere, dissanguata, per i troppi fronti aperti. Un nuovo secolo americano?

(analisi pubblicata sul sito Teleborsa)

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