I rifiuti radioattivi saranno temporaneamente custoditi in strutture presenti in ciascun sito, ma dovranno poi via via essere trasferiti in un Deposito nazionale definitivo, la cui realizzazione è per legge affidata alla stessa Sogin. L'analisi di Giuseppe Zollino, presidente della società italiana responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari

Smantellare una centrale o un impianto nucleare e gestire in sicurezza i rifiuti che ne derivano non è un’opzione, ma una fase prevista e contabilizzata del loro ciclo di vita. Oggi le centrali nucleari sono finanziate, progettate, costruite e gestite tenendo conto del loro successivo smantellamento, mentre in passato ciò non sempre accadeva. Non fanno eccezione le quattro centrali nucleari italiane (Trino, Caorso, Latina e Garigliano) e i quattro impianti ex Enea di preparazione e trattamento del combustibile, il cui smantellamento è la missione istituzionale di Sogin Spa, interamente controllata dal ministero dell’Economia e delle finanze.

LA LEGISLAZIONE COMUNITARIA

Quando nel 1987 gli impianti nucleari italiani vennero fermati, infatti, non sempre risultavano attuate, in Italia come all’estero, le buone pratiche che la legislazione comunitaria oggi contempla. Per esempio, la raccomandazione 2006/851/Euratom sulla “Gestione delle risorse finanziarie destinate alla disattivazione di installazioni nucleari e alla gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi” stabilisce, tra le altre cose, che “gli esercenti di installazioni nucleari debbono costituire fondi di disattivazione adeguati, sulla base delle entrate provenienti dalle loro attività nucleari durante il previsto ciclo di vita”.

LO SMANTELLAMENTO DELLE CENTRALI

Peraltro, nel 1987 tre delle quattro centrali non erano ancora giunte a fine vita e una delle tre, Caorso, la più grande, aveva lavorato solo per poco più di cinque anni. Così quando nel 1999 venne costituita Sogin, il capitale accantonato da Enel per lo smantellamento delle quattro centrali ammontava a circa 800 milioni di euro, una somma insufficiente a coprire per intero i costi del loro smantellamento. Tanto che nel 2000, nel contesto della liberalizzazione del mercato elettrico, un decreto ministeriale stabilì che lo smantellamento delle centrali nucleari dismesse, la chiusura del ciclo del combustibile nucleare e le attività connesse e conseguenti fossero finanziati da una componente ad hoc (la A2) della tariffa elettrica, che oggi incide per circa tre euro all’anno sulla bolletta elettrica del consumatore medio.

Dopo venticinque anni dalla fermata dei nostri impianti nucleari, durante i quali è stato garantito il mantenimento in sicurezza, è stato inviato all’estero (in Francia e Inghilterra) il combustibile nucleare irraggiato per il riprocessamento, sono state smantellate parti di impianto non direttamente collegate con l’isola nucleare, ed è giunto finalmente il momento di procedere al decommissioning dei reattori (vessel, circuiti di raffreddamento, ausiliari, ecc.).

Sono infatti mature le condizioni tecniche (decadimento radioattivo dei metalli attivati o contaminati) e le autorità competenti hanno già autorizzato le istanze di disattivazione per molti siti. Alla fine dello smantellamento, Sogin stima che saranno stati prodotti rifiuti a bassa e media attività per un volume pari a circa 55mila metri cubi. Essi saranno all’inizio temporaneamente custoditi in strutture presenti in ciascun sito, ma dovranno poi via via essere trasferiti in un Deposito nazionale definitivo, la cui realizzazione è per legge affidata alla stessa Sogin.

LA GESTIONE DEI RIFIUTI RADIOATTIVI NEL MONDO

Infatti, da un punto di vista tecnico, in tutto il mondo, la gestione dei rifiuti radioattivi, salvo rari ed eccezionali casi, segue la strategia del confinare e contenere, che prevede che i radionuclidi siano il più possibile concentrati e confinati in appositi contenitori che vengono poi collocati in idonee strutture che assicurano il loro isolamento dal mondo esterno, sino al completo decadimento della radioattività, quando il rifiuto potrà essere trattato come rifiuto ordinario. Se immaginiamo la radioattività come il suono emesso da una radio a pile, il deposito può essere equiparato a una stanza con pareti molto spesse dove collocare la nostra radio, per evitare che il suo suono si senta all’esterno, finché le batterie non si siano scaricate e la radio non emetta più alcun suono.

PRINCIPI E CRITERI PER UNA GESTIONE IN SICUREZZA

Raccomandazioni della Commissione internazionale per la Protezione radiologica (Icrp), Convenzioni dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Iaea), Direttive Euratom definiscono i principi e i criteri per la gestione in sicurezza dei rifiuti radioattivi. In particolare, i rifiuti radioattivi sono classificati in categorie a seconda dell’intensità e della durata della loro radioattività. Per ciascuna categoria sono previste differenti modalità di trattamento e di confinamento e varia la tipologia di deposito più adatta allo smaltimento definitivo. Il principio base è che più alto è il livello (intensità e durata) di radioattività maggiori dovranno essere le barriere fisiche nel quale confinarlo. Per i rifiuti che la normativa italiana, peraltro conservativa rispetto alle raccomandazioni internazionali, classifica di 1a e 2a categoria (o a bassa e media attività) risultano idonee, come deposito definitivo, strutture o di superficie o in prossimità della superficie; cioè strutture ingegneristiche, dove i rifiuti potranno essere smaltiti in totale sicurezza con modalità adottate nelle migliori esperienze internazionali. Infatti, dai dati Iaea si ricava che oggi nel mondo sono in esercizio oltre 100 depositi definitivi per rifiuti di questo tipo, di cui trenta nell’Unione europea, in quindici Paesi membri. Tra questi non c’è ancora l’Italia. Per i rifiuti radioattivi di 3a categoria, quelli ad alta attività e tempi di decadimento della radioattività nell’ordine delle migliaia di anni, è invece previsto lo smaltimento definitivo in un deposito geologico di profondità, molto diverso dal deposito di superficie, sia per le necessarie proprietà geomorfologiche del sito sia per le caratteristiche costruttive. Depositi di profondità sono in costruzione al momento solo in pochi Paesi, tra cui Svezia e Finlandia.

Giuseppe Zollino, Presidente Sogin

Articolo pubblicato sul numero di agosto/settembre della rivista Formiche

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