Mario Draghi non ha deluso, ma la riunione del consiglio Bce è stata difficile se non vogliamo dire drammatica, con una chiara spaccatura tra chi voleva fare di meno (la Bundesbank, presumibilmente) chi voleva fare di più (la Banca di Francia?). Lo ha ammesso in omaggio alla trasparenza lo stesso presidente durante la conferenza stampa.

E’ prevalsa la via mediana con colpo a sorpresa: il taglio a 0,05 dei tassi di interesse mostra la volontà di stoppare le aspettative deflazionistiche e dà corpo alle parole pronunciate da Draghi a Jackson Hole, cioè che avrebbe fatto tutto quel che era nel suo mandato per impedire che la discesa dell’inflazione verso quota zero diventasse vera deflazione.

L’effetto immediato sull’euro (ha perso l’un per cento), mostra anche che la via maestra per far recuperare spazio a una crescita sempre più debole passa per la svalutazione di una moneta tenuta per troppo tempo a livelli irrealistici, come il 30% in più rispetto al dollaro.

Il terzo intervento della Bce è il più nuovo e anche il più azzardato: l’acquisto di titoli cartolarizzati (si parla di 500 miliardi di euro) che accompagna il flusso di liquidità alle banche purché prestino alle piccole imprese. Il bilancio della Bce si appesantisce, ha ammesso Draghi e non tutti sono stati d’accordo; ancor meno sul vero e proprio salto verso il Quantitative easing che significa comprare non solo i prodotti finanziari emessi dalle banche, ma anche i titoli di Stato.

Tutto ciò segna un altro punto per il capo della Bce che sta gestendo una situazione davvero complicata, muovendosi come un provetto slalomista tra governatori e governi, nel tentativo di evitare che le divergenze si trasformino in una paralisi decisionale davvero catastrofica. Ma al tempo stesso diventa una dimostrazione ulteriore che la politica monetaria è vicina ai limiti delle sue possibilità.

Lo ha detto Draghi a Jackson Hole e lo ha ripetuto nella conferenza stampa, precisando in modo molto chiaro la dottrina dello sgabello a tre gambe che aveva illustrato nel Wyoming: la politica monetaria deve essere accompagnata dalla politica fiscale ed entrambe sostenute dalle riforme strutturali. Non è una questione di metodo, ma di sostanza. E il punto chiave, ha detto chiaro e tondo ai giornalisti affinché non sorgano equivoci, restano le riforme.

E’ quello che avrà spiegato anche a Matteo Renzi nonostante il contenuto della conversazione resti strettamente confidenziale. Il presidente della Bce ha anche messo l’accento, rispondendo a una domanda, sul fatto che è inutile insistere sulla flessibilità. C’è già, è quella prevista dai trattati. E i patti vanno rispettati, a cominciare dal patto fiscale, perché altrimenti crolla la fiducia.

Con questo si chiude del tutto il balletto che ci ha fatto girare la testa per mesi, cioè la speranza di ottenere sconti dall’Unione europea e sostegni dalla banca centrale. Riforme e tetto del 3% al rapporto deficit/pil vanno a braccetto. Punto e a capo.

Adesso Pier Carlo Padoan dovrà rifare per l’ennesima volta i conti e Renzi dovrà riformulare un po’ di slide. Quanto a noi, ci aspettiamo una bella tirata di cinghia. Un’altra.

Stefano Cingolani

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