Le recentissime prese di posizioni del Governo francese ci permettono di fare ulteriori considerazioni invece sul comportamento del nostro Paese nei confronti dell’Europa. E’ comunque utile ricordare che vanno ben distinte l’aggregazione europea dall’aggregazione monetaria, poiché sempre più spesso si tende consapevolmente a sovrapporle e considerarle del tutto inscindibili. Sappiamo infatti benissimo che il TFUE, più comunemente conosciuto come Trattato di Lisbona, contempla chiaramente ed inequivocabilmente agli artt.139 e 140, paesi “in deroga” da quelli “senza deroga”, cioè dotati di propria moneta da quelli aderenti all’euro. Convivenza pertanto possibile, visto che attualmente “coabitano” nell’Unione Europea paesi con entrambi questi status.

Fatte queste precisazioni, viene spontaneo chiederci come sia possibile che una nazione come la Francia, “coazionista” di maggioranza nella costruzione monetaria, possa tranquillamente perseguire i propri interessi in contrapposizione alle regole comuni ed altri non abbiano la possibilità di fare le medesime scelte, decretando di fatto all’interno dell’Unione paesi di serie A e di serie B.

In poche parole i francesi, di fronte all’interesse nazionale, se ne fregano altamente dei vincoli esterni imposti dai Trattati internazionali e dai regolamenti europei, giustamente perseguendo quello che reputano più proficuo per il bene dei loro cittadini e delle loro imprese. D’altronde anche la Germania nel 2003 si trovò nelle stesse condizioni di non poter rispettare il paranoico parametro del 3% di deficit sul PIL, senza che nessuno si permettesse di obiettare il più che minimo dissenso, perché subordinarono, anche loro giustamente, le regole europee all’interesse nazionale (casualmente era proprio in quell’anno la penultima Presidenza di turno italiana della UE!). Nonostante questi autorevoli precedenti, nessuno in Italia ha mai avuto il coraggio e la forza di fare altrettanto, preferendo infliggere ai propri cittadini e alle proprie imprese tutte le conseguenze negative derivanti da avanzi primari devastanti per l’economia domestica celandosi dietro “lo vuole l’Europa”.

Nessuno della classe politica italiana, e quando preciso nessuno intendo non solo tutte le coalizioni possibili immaginabili che si sono alternate al Governo dai tempi della Caduta del Muro di Berlino, scintilla che innescò rapidamente il percorso della moneta unica, ma anche le successive nuove o riciclate compagini e movimenti politici nati successivamente che non hanno minimamente preso una posizione netta ed inequivocabile sulla possibilità di fare esclusivamente gli interessi del Paese.

Siamo affetti dal complesso di Maastricht, perché riteniamo di dover dimostrare agli altri nell’essere bravi nel rispettare i suoi vincoli per poterci assolvere dalle inadempienze e dall’incapacità di una classe politica inefficiente e dilettantistica, invece di capire e preventivare le conseguenze che tali imposizioni avrebbero determinano nella nostra economia e nella nostra democrazia costituzionale. Ad iniziare dalla non richiesta della clausola dell’opting out nel Trattato istitutivo della UE, che avrebbe consentito al nostro Paese di avere un potere contrattuale che invece ci è stato sempre negato, all’inserimento per primi e unici fra i firmatari del Fiscal Compact, del principio del pareggio di bilancio in Costituzione, fino alle indecorose e umilianti genuflessioni a qualsiasi richiesta proveniente finanche dall’ultimo Commissario UE a salvaguardia non certo dell’Italia, ma a quelli di ben precisi e circostanziati interessi finanziari, dimenticandoci che in ogni caso siamo sempre stati la seconda potenza manifatturiera della UE!

Ma l’aspetto ancora più irritante, e nel contempo stesso grottesco, è che ancora oggi nel pieno del disastro economico nonché d’identità del nostro Paese, ci siano uomini politici italiani che difendono a spada tratta l’impianto monetario europeo con il rispetto draconiano delle regole poste a suo fondamento e il più delle volte mentendo sapendo di mentire, permettendo che proprio questa ostinazione sarà la prima causa della deflagrazione dello stesso concetto d’Europa. Personaggi che hanno trovato la loro collocazione solo ed esclusivamente difendendo l’indifendibile e che altrimenti non avrebbero ruoli alternativi nella società civile. Una sorta di casta che si autosostiene e si autocertifica e che in mancanza di questa, che potremo tranquillamente definire una dittatura europea autoreferenziale a tutti gli effetti, alimenterebbero la già nutrita schiera di disoccupati.

Ci rimane che confidare nell’italico e consolidato sport nazionale del “salto sul carro del vincitore” che molti di questi soggetti faranno quando la Torre di Babele messa in piedi da Bruxelles e Francoforte inizierà a vacillare e ci sarà un fuggi fuggi generale che ricorderà molto da vicino quello che avvenne fra il 25 luglio e l’8 settembre del 1943, quando tutti cambiarono casacca prendendo le distanze dalla mattina alla sera come se nulla fosse accaduto. Questa volta però dovranno fare i conti con la tecnologia, perché i loro ruoli saranno certificati dal web dove sono conservate per sempre le prove delle proprie responsabilità senza possibilità di nessun equivoco o appello.

Quanto tempo ancora dovremo aspettare affinché anche noi riusciamo a toglierci da dosso il complesso di Maastricht per iniziare finalmente a fare gli interessi del Paese che alla fine dei conti sono i veri interessi di quell’Europa che ci era stata promessa e a cui credevamo?

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