Con tassi Usa in incremento, si potrebbe pensare a un flusso di capitali europei verso l’altra sponda dell’Atlantico che potrebbe neutralizzare le "misure non convenzionali" congetturate a Francoforte. Ecco tutti i primi, pessimi, segnali dagli Stati Uniti per l'Europa e per Draghi...

Per la Banca centrale europea (Bce), e per il Tesoro italiano, sembrano “Godot”: da settimane ci si attende un aumento dei tassi d’interesse Usa (il tasso base di riferimento è rimasto ancorato allo 0,250%, quindi è praticamente negativo), con implicazioni sui mercati monetari europei. Ma nulla pare muoversi.

Purtroppo pochi giornalisti economici e finanziari italiani hanno esperienza di vita negli Stati Uniti. E credono a quanto si legge nei manuali, ossia che i tassi dipendano solamente o principalmente dalle decisioni del Federal Open Market Commitee (FOMC), la cui prossima sessione è il 28-29 ottobre. Quindi, occhi puntati alla prossima settimana.

Gli Stati Uniti, però, sono una confederazione. In pratica, gli Stati dell’Unione non aspettano le paludate riunioni del FOMC nel palazzone in stile tardo-fascista di Constitution Avenue nella sezione North West di Washington D.C.

Un indicatore eloquente è come si muovono i “tetti normativi” posti, con legislazioni dei singoli Stati dell’Unione, al tasso d’interesse che le banche possono porre ai prestiti personali a clienti “a rischio” a ragione di basso reddito, lavoro precario e mancanza di garanzie reali. Negli ultimi mesi, otto Stati dell’Unione hanno aumentato “i tetti”, spesso al termine di un lungo confronto con altre istituzioni degli Stati Uniti. Ad esempio, nello Stato della Carolina del Nord le autorità statuali hanno avuto un lungo confronto con quelle militari federali poiché i soldati semplici hanno spesso difficoltà ad ottenere prestiti personali che non siano al “tetto”. Altri Stati che hanno aumentato i “tetti”, oppure in certi casi li hanno proprio tolti, includono il Kentucky, l’Arizona, il Missouri, l’Indiana, il Maine e la Florida. In alcuni di questi casi, per non scontrarsi con le leggi “anti-usura”, il “tetto” è stato appena ritoccato ma sono stati notevolmente aumentati gli “oneri amministrativi”: ad esempio, in Missouri gli “oneri amministrativi” sono stati portati al 10% di ogni singola operazione sino a un massimo di 75 dollari.

Occorre interpretare con le pinze questo fenomeno. Da un lato, superata la crisi, molte banche o filiali di grandi istituzioni finanziarie sono tornate a pescare nel mercato del subprime: la più nota, e la più grande, è One Main Financial, una succursale di Citigroup specializzata in questo campo. Il 60% delle operazioni di One Main sono essenzialmente rinnovi, in effetti “Insolvenze mascherate” che, con prestiti a breve, in certi casi portano (tenendo conto anche degli “oneri amministrativi” ad un costo (per il debitore) del 36% l’anno. Da un altro, sono sintomi eloquenti di un vero e proprio aumento dei tassi negli Stati Uniti, a cui il 28-29 ottobre il FOMC dovrà dare una risposta.

Ciò comporta interrogativi seri anche per la Bce: con tassi Usa in incremento, si potrebbe pensare a un flusso di capitali europei verso l’altra sponda dell’Atlantico che potrebbe neutralizzare le “misure non convenzionali” congetturate a Francoforte.

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