Conversazione di Formiche.net con monsignor Vincenzo Paglia, già vescovo della diocesi di Terni, ora presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia.

“Vogliono la guerra al Sinodo, il Papa è il bersaglio”. Queste parole, pronunciate dal cardinale Walter Kasper, sembrano descrivere l’atmosfera che aleggia sul Sinodo straordinario sulla famiglia che prende il via oggi con la messa di inaugurazione in San Pietro. Ma è realmente questa l’aria che si respira oltretevere? Esiste veramente una divisione tra progressisti e conservatori? Quali i temi sul tavolo del Sinodo? Formiche.net ne ha parlato con monsignor Vincenzo Paglia, già vescovo della diocesi di Terni, oggi presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia.

Eccellenza, da più parti si dice che la famiglia, così come da sempre intesa, sia entrata in una profonda crisi. E’ d’accordo con questa affermazione?
Ci troviamo, in effetti, dinanzi ad un passaggio storico, quasi epocale. Non che la famiglia non abbia avuto problemi in passato ma mai era stato messo in forse, come oggi, quel plesso originario che univa matrimonio, famiglia e vita. Nella società odierna, infatti, tale plesso viene scomposto e destrutturato tanto che ciascuno, in una sorta di delirio onnipotente, lo ricompone a suo piacimento. Tutte le forme di stare insieme sono oggi famiglia, per cui i figli si possono fare in qualsiasi modo, persino in provetta. Ciò che mi preoccupa maggiormente è quindi quella sorta di presa di potere assoluto dell’io, che diventa il nuovo deus ex machina di quel plesso che da sempre invece è stato considerato il motore della nostra società.

Ci troviamo quindi in un momento decisivo per la famiglia?
Credo che in una simile situazione sia quanto mai opportuno, e per me di ispirazione dall’alto, che Papa Francesco abbia all’inizio del suo pontificato convocato per ben due volte i vescovi e tutta la comunità cristiana e non, a riflettere su questo tema. La famiglia così come concepita sinora tiene di fatto in vita e la Chiesa e la società. Ecco perché è un momento assolutamente decisivo affinché tutti, e non solo i cattolici, si mettano a riflettere su questa tematica enorme. La famiglia, nella storia, ha mutato tantissime volte le sue forme ma il suo dna è rimasto uguale.

Quello che inizia oggi è un Sinodo straordinario, in particolare il terzo da quando Paolo VI ha dato nuova linfa a questo istituto. Tale circostanza, quindi, spiega già l’eccezionalità di questo strumento. Ritiene che il ricorso ad un’Assemblea straordinaria sia lo strumento migliore per affrontare una problematica come quella della famiglia?
Per la Chiesa cattolica, il Sinodo rappresenta lo strumento più forte e più alto dal momento che non si tratta semplicemente di un Parlamento o di una “assemblea condominiale” allargata. Si tratta di pastori, aiutati anche da laici ed esperti, i quali in uno spirito non individualista sono chiamati a dibattere, inizialmente per quindici giorni di seguito, intorno ai problemi più attuali riguardanti proprio la famiglia. Dopo un anno di intervallo, poi, vi sarà un successivo dibattito di tre settimane con un gruppo ancora più allargato. Creo che questo Sinodo possa essere veramente un corpo che fa circolare il sangue in tutte le sue parti.

Dai risultati del questionario inviato a tutte le Chiese mondiali, e pubblicati solo da alcune Conferenze episcopali, si evince che la morale sessuale ecclesiastica viene seguita all’incirca solo dall’1% degli intervistati. Si tratta di un evidente simbolo di una distanza tra la Chiesa cattolica e il mondo reale. Come spiega questo?
In realtà quello che lei dice risulta già chiaramente dall’Instrumentum laboris del Sinodo, un testo che è una fotografia effettiva, anche se non completa, della realtà odierna. Che ci sia una certa distanza è sotto gli occhi di tutti ed è ciò di cui dobbiamo proprio parlare. Del resto già durante il Concilio Vaticano II sia Papa Giovanni XIII che Papa Paolo VI in fondo affermavano la stessa cosa, chiarendo però come non fosse necessario modificare la dottrina della Chiesa ma il modo di comunicarla. A mio avviso, però, c’è anche una grande distanza, da colmare e sulla quale ragionare, tra il bisogno reale profondo della gente e una cultura maggioritaria. E’ necessario, ed urgente, capire quello che sta succedendo. Ma qui, grazie a Dio, c’è un Papa che a tutti noi chiede di non restare a guardare una cosa sterile ma di uscire per strada e andare a parlare con la gente. E lo stesso questionario ne è un esempio: al suo interno si trovano domande su tutti i problemi che la Chiesa deve affrontare, anche quelli più scomodi, nessuno escluso.

Sebbene il Segretario generale della Cei abbia chiarito come la questione dei divorziati risposati non rappresenti il tema focale di questo Sinodo straordinario, è chiaro, però, che questo argomento non possa non essere affrontato. Quale potrebbe essere, secondo lei, una soluzione per questo problema?
Sono certo che questo tema sarà affrontato nel corso dei lavori, anche se ha ragione monsignor Galantino quando dice che non è certo il primo tema. Credo, infatti, che i giovani di oggi, ad esempio, siano maggiormente interessati a questioni quali la crisi economica, la crisi del lavoro, la disoccupazione più che al problema dei divorziati risposati. Quella della comunione ai divorziati risposati, comunque, è una questione di cui la Chiesa deve assolutamente prendere consapevolezza. Deve però essere chiara una cosa: qui non parliamo di una categoria, ma di tante storie, spesso drammatiche, di coppie che chiedono di essere amate, avvicinate, sostenute, comprese, non maltrattate. Questa è la prima grande ed indispensabile rivoluzione da fare. E’ in questa ottica che possiamo inserire il discorso della comunione, ma anche quello, ad esempio, della loro partecipazione alla vita della Chiesa e della comunità. Guai a pensare che una regola risolva i problemi umani di cui ho parlato. E’ ovvio però che ciò non può significare un cambiamento di dottrina bensì una disciplina più attenta che possa approfondire qualche aspetto dottrinale.

Gli scontri in tema di comunione ai divorziati risposati hanno caratterizzato il dibattito interno alla Chiesa in queste ultime settimane. Due sarebbero, in particolare, le anime interne alla Chiesa che si confrontano: i conservatori e i progressisti. Ritiene che tali contrasti possano essere un pericolo per questo Sinodo?
Il Sinodo è un evento religioso e come tale richiede uno spirito un po’ diverso rispetto a una semplice partita di opinioni diverse. Che nella Chiesa ci siano visioni diverse è vero sin dai tempi di Gesù! Mi auguro, quindi, che nel Sinodo si svolga un dibattito, secondo uno spirito ecclesiale, che porti non a rinunciare alle proprie idee ma a trovare una composizione tra le varie anime. Qui il problema non è tanto quello di uno scontro tra progressisti e conservatori ma quello di trovare un modo per curare le ferite senza dare le medicine sbagliate. Se per un verso non bisogna essere medici pietosi, dall’altro lato non dobbiamo mai rinunciare all’abbraccio e alla salvezza di chi abbiamo dinanzi.

Il tema della comunione ai divorziati rimanda alla questione del matrimonio. Il Governo italiano sembra avere accelerato l’iter per la legge sul divorzio breve, che dovrebbe essere approvato entro una settimana. Intravede qualche rischio in una simile soluzione?
Io sto vedendo un rischio che stiamo correndo oramai da qualche decennio. Ovvero quell’iper-individualismo che fa dire al sociologo Giuseppe De Rita che viviamo in un tempo di “egolatria”, cioè il culto dell’io, per cui ogni cosa che riguarda l’io trova persino il suo itinerario giuridico e legislativo. Con la conseguenza che tutto ciò che riguarda il noi diminuisce sempre più nella considerazione della cultura, del diritto e della legislazione. E’ come se stessimo correndo verso una società dove l’individuo ha tutti i diritti e, forse, nessun dovere nei confronti del noi. Per questo bisogna stare attenti a non spingere troppo l’acceleratore su quell’io che solo nella lingua inglese è scritto con la lettera maiuscola.

Un’ultima domanda, Eccellenza. Cosa dobbiamo attenderci da questo Sinodo?
Mi auguro che il Sinodo apra le finestre e agiti una nuova primavera nelle famiglie del mondo. Confido che si apra, così, un dibattito ancora più vasto di quello che è già avvenuto perché certamente ci saranno nuovi temi su cui discutere, nella speranza che le conclusioni del Sinodo possano essere frutto di un lungo cammino pieno di dibattito e di speranza. Deve essere riscoperta, in maniera evidente, la vocazione alta della famiglia che non è quella di un amore romantico chiuso in una sorta di familismo. La famiglia deve tornare alla propria origine, ovvero quella di custode del creato e custode delle generazione umana. Noi, infatti, abbiamo minimizzato il compito della famiglia con una sorta di romanticismo antistorico.

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