Sono tempi lontani quelli in cui lei e lei si scrivevano più di quanto si vedevano. C’era la guerra. E non era la guerra senza battaglie, quella nei punti caldi del mondo. Le teste stavano sul collo, allora. In tutti i sensi. Era la guerra con le battaglie che bussava alla porta. Gli uomini erano assenti allora. Ma non in ossequio alle lamentele della modernità. Erano altrove. Nei campi di battaglia e di prigionia. E lei scriveva a lei della sua quotidianità. Ogni giorno. E ogni giorno, la posta veniva recapitata tre volte, meglio di quanto facciano, oggi, i web service provider. Altro che e-mail.
Nella descrizione minuta, a mano, facendo scorrere l’inchiostro a riempire risme di carta, a un tratto, nello svoltare di un rigo trovavi lo strapiombo – oggi rientrando a casa, nel mettere la chiave nella toppa, ho sentito risucchiarmi lo stomaco dall’angoscia di pensare mio fratello già morto -. Poi di nuovo dettagli di normalità che, nelle parole messe in fila sul foglio, dovevano esorcizzare il peggio. L’altra lei, all’altra cassetta delle lettere, non vedeva l’ora di avere nuove dall’amica. E di rimando, alla sera, componeva risposte di conforto. Di un affetto totale. Ed era affetto, il suo, che andava oltre. Senza parate, senza necessità di lotte per i diritti, chiedeva a lei di essere tutta per lei. Esplicitando il suo desiderio senza metafore.
Queste lettere, lette dopo così tanto tempo, all’apparire dell’inchiostro dietro al sollevarsi della polvere allo sbuffo di un soffio, raccontano uno spaccato storico e intimo. Autentico. Dicono ad esempio di come lei, che ebbe certamente a rileggere chissà quante volte quegli stessi scritti, inviati e ricevuti, si dedicasse a ripassare le lettere con la penna per evitare che l’ingiallirsi della carta e lo sbiadirsi del primo inchiostro potesse consegnare all’oblio un pezzo della sua vita. Per sottrarlo alla prima forma di Alzheimer che lo minacciava. Ecco, altro che mettere i puntini sulle “i”. Occorre ripassare ogni lettera. Ché, se non è studio, è pur sempre memoria.

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