La lettera aperta a Carlo Cottarelli firmata da Riccardo Ruggeri, già top manager del gruppo Fiat, ora imprenditore e saggista

Pubblichiamo grazie all’autorizzazione del gruppo Class Editori e dell’autore, la lettera aperta di Riccardo Ruggeri uscita sul quotidiano Italia Oggi diretto da Pierluigi Magnaschi.

Caro Carlo,

sono passati dieci mesi da quando tu mi concedesti un’intervista poco dopo il tuo insediamento. Ti feci una sola domanda, giornalisticamente orrenda: «Quale metodologia seguirà nello svolgimento del suo compito di Commissario alla Spending Review»?

Tu lo spiegasti, io riportai tal quali le tue parole, ItaliaOggi pubblicò.

Mi fu facile capire che eri un vero professionista del settore, conclusi che avevi pure il piglio giusto per affrontare al meglio i compiti assegnatiti.

Ricordi la previsione che ti feci prima di salutarci? «Non mangerai il panettone del 2014, malgrado il contratto triennale». Sono uomo di mondo, mi guardo bene dal voler approfondire l’aspetto del tuo licenziamento (la versione ufficiale quasi mai è vera), farti domande trabocchetto o giochini del genere. La domanda chiave che ti voglio fare è altra, rigorosamente tecnica. Questa: «Perché avere un Commissario alla spending review se la sua attività, fatta in modo professionale, renderebbe impopolare il Premier?»

L’esperienza del passato insegna il fallimento della figura di Commissario, non per colpa loro, ma del mandante (il Premier di turno). Tre le varianti di approccio: Omeopatico (Piero Giarda), Feroce (Enrico Bondi), Professionale (Carlo Cottarelli). Piero Giarda è un signore sempre vissuto nel mondo dell’università, della politica, del governo. La sua idea era ineccepibile e coerente con la sua storia umana e professionale. Ricordiamolo, è il massimo esperto del bilancio pubblico, inteso anche come «pieghe» (trovo affascinante che si trovino quattrini sapendoli cercare nelle sue pieghe).

Giarda aveva capito che, per non andare in contrasto col Premier di turno, la filosofia della spending review doveva limitarsi ad affrontare, degli 800 miliardi complessivi di spesa, solo quella «potenzialmente aggredibile», senza disturbare il manovratore. Quindi operare solo sul 10-12% del totale, in altre parole 100 miliardi.

Oltre tutto, Giarda la considerava un’attività lunga e complessa, finalizzata al riordino di segmenti della pubblica amministrazione, quindi, per realizzarsi, aveva bisogno di orizzonti temporali di medio termine. Approccio omeopatico: un po’ di biada per il cavallo-premier di turno, basta e avanza.

Enrico Bondi, uno dei tre maggiori esperti di ristrutturazioni aziendali del Paese, aveva una storia personale di successi in aziende in crisi, risanate grazie all’abbattimento dei costi.

Il modello Bondi, che poi è l’unico che porterebbe risultati, subito e importanti, prevede che, in realtà, sia il Premier stesso a fare il Commissario della spending review, in modo che, alla fase di analisi, faccia seguito, in automatico, quella dell’execution. Bondi fu fatto fuori da Monti nel momento stesso della sua presentazione: non poteva licenziare, solo spostare il personale inutile. Nelle organizzazioni umane non esistono sprechi non legate alle persone, se non accetti questo principio, meglio soprassedere. Il caso delle auto blu è tipico: elimini l’auto come oggetto fisico (di basso costo) ma i costi importanti (quindi il risparmio) sono negli autisti blu (e la logistica relativa), che trattieni in servizio. O i commessi, moderni palafrenieri in competizione con le mail. Ridicolaggini.

Infine il tuo, un’analisi di sistema attraverso decine di gruppi di lavoro, con i migliori funzionari interni e pochi, qualificatissimi esperti esterni, da te coordinati con proposte operative, tempificate e valorizzate. Sono nati, si dice, 45 dossier che sono stati, chissà perché, secretati da Palazzo Chigi. Io ho letto solo quello, presentato in Parlamento, quindi pubblico, e da esperto di ristrutturazioni posso dire che è stato un lavoro eccellente: personalmente l’avrei reso esecutivo subito.

Avrai capito, anche se tu non puoi dirlo, attraverso alcuni segnali deboli (Province, Senato: fingere di cambiare tutto senza cambiare nulla) che l’attuale Premier (ma sarebbe stato lo stesso con i precedenti) non ha nessuna intenzione di aggredire i privilegi dei suoi elettori, il mitico «40,8%». Infatti, dei 17 miliardi da te proposti per il 2015 ne ha sì messi a budget 15, ma tutti scommettono che il consuntivo potrebbe essere 5 (con le solite clausole di salvaguardia). La sopravvivenza politica (bene primario) gli impone di fare melina: grandi annunci, che però producano solo simpatici topolini di pezza, l’obiettivo vero è il «Partito Unico», il resto è contorno (debito).

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