Ecco la relazione che l'economista Antonio Maria Rinaldi ha tenuto nel corso del seminario organizzato oggi dall'europarlamentare di Forza Italia, Raffaele Fitto

Sono europeista nella misura in cui l’Europa si rifà agli ideali dei Padri fondatori e mi tutela verso quei principi di pace, progresso, cooperazione e sviluppo, ma non lo sono se pretende che il mio Paese muoia per Maastricht! Paradossalmente oggi chi difende questa costruzione monetaria e le sue regole di supporto è il più grande nemico dell’Europa. Vanno pertanto scissi i concetti d’Europa e quello della moneta unica. Quest’ultima doveva essere il complemento finale dopo un lungo processo d’integrazione e non il mezzo per poterla raggiungere e oggi paghiamo le conseguenze di questo grossolano errore iniziale.

Sin dall’inizio non dovevamo dimostrare di essere bravi nel rispettare i Trattati e i parametri in essi contemplati, ma gli effetti che tali nuove regole avrebbero prodotto nel nostro modello economico che in ogni caso, nel bene e nel male, avevano fatto raggiungere al nostro Paese il quinto posto fra le potenze industriali mondiali. I cinesi allora eravamo noi! Con l’adesione a questo nuovo ordine monetario l’Italia ha pagato il prezzo più alto: siamo stati l’agnello sacrificale immolato sull’altare della competitività con la privazione di quegli strumenti unici e caratteristici del “Sistema Italia” che ci avrebbero messo al riparo dagli effetti devastanti dall’incombente globalizzazione selvaggia senza regole.

D’altronde non ci siamo neanche accorti, distratti da tangentopoli, dai rigurgiti del terrorismo e dai mai pacati conflitti politici interni, che in Europa era entrata una nazione dell’Est senza sottostare a nessuna procedura, mentre a noi venivano avanzate richieste sempre più pressanti di adeguamento verso quel nuovo modello. Abbiamo accolto la Germania dell’Est dalla mattina alla sera senza battere ciglio e accollandoci in modo solidale l’immenso onere finanziario e politico della riunificazione. Gli stessi Trattati contemplano ancora aiuti a quei Land, in deroga ai divieti sugli aiuti di Stato, che neanche le aree più depresse di Spagna, Portogallo, Grecia e stesso Mezzogiorno hanno mai goduto. Non ho mai visto alzare un solo dito su questa questione.

E’ anche vero che dalla caduta del Muro di Berlino all’uso materiale dell’euro, in Germania si sono alternati due Cancellieri, in Francia due Presidenti e in Italia 17 Presidenti del Consiglio, di tutti i colori politici e con l’appoggio di tutte le coalizioni possibili! Nonostante tutto e nonostante siamo stati sempre oggetto di rimproveri da parte dell’Europa, noi italiani siamo quelli che hanno sempre fatto i compiti a casa meglio degli altri, realizzando avanzi primari continuativi spaventosi non effettuati per entità da nessun altro paese al mondo!

Ma ormai è inutile piangere sul il latte versato: guardiamo avanti e cerchiamo di salvare il salvabile.
Il modello economico a supporto dell’euro, basato sui dogmi tedeschi ha fallito; plasmato esclusivamente sulla stabilità dei prezzi, cioè sul contenimento ossessivo dell’inflazione e sul rigore dei conti pubblici e pertanto sull’impossibilità di finanziamento a deficit degli Stati, ha portato al disastro le economie europee. Il solo tentativo di modificare il nostro modello economico verso quello previsto dai Trattati, ci ha fatto tornare ai livelli del 2000, gettando non solo alle ortiche 14 anni, ma distruggendo gran parte del nostro tessuto industriale rappresentato dalle PMI e trasformando il Bel Paese in un outlet in cui si viene a fare shopping di aziende e di marchi a prezzi di saldo.

La rinuncia alla nostra politica economica per quella imposta dai vincoli dei Trattati, ha condannato l’Italia a rincorrere la competitività agendo sulla flessibilità del costo del lavoro interno, essendo ormai preclusa quella esterna con l’adozione del cambio fisso. Le riforme hanno un notevole costo in termini sociali e pertanto devo essere poste in essere in momenti di ciclo economico espansivo e non in fase di recessione, altrimenti l’unico effetto è quello di amplificare esponenzialmente la crisi. E’ evidente il riferimento all’attuale riforma del lavoro.

Siamo ormai con il cappio al collo in un treno piombato. La BCE non è più in grado di proporre stimoli monetari in grado di supportare l’economia europea con molti paesi precipitati in deflazione e i limiti del suo mandato sono insiti del modello della moneta prevista dai Trattati. In poche parole qualsiasi modifica al suo statuto sarebbe un palliativo temporaneo che non risolverebbe l’insostenibilità a monte dell’euro. Le istituzioni europee hanno attivato dei piloti automatici per puntellare la sostenibilità della moneta unica: sono stati concepiti pertanto strumenti come il FESF, il MES, l’Unione Bancaria, il Fiscal Compact tesi ad estraniare i rispettivi governi nazionali da qualsiasi potere decisionale d’intervento per modificare e adattare le regole europee alle proprie esigenze.

Ma i Governi e i Parlamenti sono ancora espressione democratica del suffragio universale conquistato dopo millenni di lotte e sono in ballo principii e diritti imprescindibili e non negoziabili. Senza accorgercene abbiamo ceduto il voto ai mercati sottraendolo ai cittadini! Un monito alla volontà di attivare un ulteriore meccanismo automatico: l’ERF (Fondo di Redenzione Europeo) per il rispetto automatico del vincolo del Fiscal Compact che prevede la diminuzione in vent’anni dell’eccedenza del 60% del rapporto debito/PIL. Allo studio della Commissione un Fondo che prevede, per le rispettive eccedenze di debito, la messa a disposizione di beni patrimoniali, asset, riserve valutarie e auree e parte della fiscalità come collaterale ad emissioni comuni di eurobill ovvero eurobond. Sarebbe come mettere in liquidazione i beni patrimoniali di ciascun paese membro e convertire definitivamente gran parte dei debiti in valuta estera, in quanto almeno dal punto di vista giuridico sono ancora sotto le legislazioni nazionali e pertanto potenzialmente convertibili nelle rispettive valute nazionali.

L’euro imploderà per eventi esterni al nostro Paese, perché le economie dei paesi eurodotati alla fine saranno travolte da una moneta la cui rigidità condiziona l’economia reale e non, come avviene in tutti i paesi del mondo, invece si plasma per assecondare le esigenze dell’economia reale.

Nell’attesa comunque è possibile poter agire su due fronti:
1) iniziare a predisporre una classe dirigente consapevole e preparata per gestire un Piano B per un ritorno ordinato alla nostra valuta, visto che non ne abbiamo avuta una in grado di gestire un Piano A e sarebbe oltremodo non accettabile che tale onere venga lasciato a chi fino ad ora ha sostenuto supinamente il progetto euro. (Ricordo che la moneta è solo uno degli strumenti tecnici con cui si mettono in atto le politiche economiche).

2) nell’immediato iniziare a verificare puntualmente con metodi certosini e draconiani se i dettami provenienti dai vincoli europei siano compatibili con i principii costituzionali e con la legislazione italiana e ribattere punto su punto ad iniziare dalla palese illegittimità giuridica del Fiscal Compact. I suggerimenti del prof. Giuseppe Guarino individuano come nello stesso Trattato sulla Stabilità all’art.2, “Le parti contraenti applicano e interpretano il presente Trattato conformemente ai Trattati su cui si fonda l’Unione Europea”, il cui concetto è ribadito nel comma successivo: “Il presente Trattato si applica nella misura in cui è compatibile con i Trattati su si fonda l’Unione europea e con il diritto dell’Unione europea”. Pertanto il seguente art.3, n.1, lett.a) che prevede che “la posizione di bilancio della Pubblica Amministrazione di una parte contraente è in pareggio o in avanzo” è da ritenersi non conforme e non legittimo, in quanto il Trattato della UE firmato a Maastricht (TUE all’art.104 c) prot.5, ribadito anche nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea di Lisbona (TFUE) all’art.126 (ex 104), fissano invece al 3% il limite dell’indebitamento annuale. Cosa aspettiamo a portare queste ragioni a Bruxelles?

Altro importantissimo punto è nell’attivarsi immediatamente per la rimozione del vincolo del principio del pareggio di bilancio nell’art.81 della Costituzione (sui 25 dei 27 paesi firmatari siamo stati gli unici a modificare la Costituzione!). Procedere nel non rispetto del vincolo del 3% di deficit analogamente ai francesi, spagnoli, portoghesi e greci e destinare l’eccedenza dello sforamento consentito esclusivamente fornendo risorse dirette all’economia reale al fine di rilanciare i consumi interni, agendo sugli investimenti produttivi, sulle infrastrutture, sulla messa in sicurezza del territorio, sul rilancio dell’agricoltura e del turismo. Basterebbe questo per dare almeno una boccata d’ossigeno da una apnea che sta uccidendo il Paese. Procedere contestualmente alla creazione di una banca pubblica che possa avere accesso diretto ai finanziamenti della BCE ed erogare credito al sistema produttivo facendosi carico delle garanzie che in questo momento il sistema bancario tradizionale richiede e che le aziende non sono in grado di fornire. Non è accettabile che in Italia non abbiamo neanche più una banca pubblica! I tedeschi possono contare su 417 con capitale a controllo pubblico e fuori dal controllo della BCE, falsando palesemente gli equilibri di concorrenza. Iniziamo insomma a fare gli interessi di casa nostra esattamente come lo hanno sempre fatto gli altri.

Credo fermamente che queste siano le più ragionevoli delle strategie da intraprendere in questo momento; è necessaria una forte svolta che rompa gli schemi fino ad ora adottati e che non si limiti semplicemente a rincorrere con correzioni e modifiche proponendo emendamenti a leggi di stabilità che supportano un modello di riferimento che non funzionerà mai. Se si desiderano risultati bisogna cambiare strategie di 180 gradi proponendo modifiche radicali a monte e non a valle.

Vi esorto da cittadino italiano, ancora fiero e orgoglioso di esserlo, di tramutare queste linee in forti azioni politiche nell’esclusivo interesse del Paese finché siamo in tempo! Grazie.

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