Articolo pubblicato su L’Arena di Verona, Giornale di Vicenza e Bresciaoggi

I giuristi diranno subito che il giudizio d’appello esiste proprio per riesaminare il giudizio di primo grado. E perciò, se lo rovescia, non c’è scandalo: altrimenti che “appello” sarebbe?

Ma la sentenza che all’Aquila ha mandato tutti assolti i sei membri della commissione Grandi rischi che erano stati invece condannati in precedenza a sei anni di carcere da un’altra Corte per aver sottovalutato il rischio del terremoto, non può non colpire i cittadini. Nel rispetto che sempre si deve al difficile lavoro dei magistrati, chiamati ad accertare una “verità dei fatti” che spesso gli stessi fatti rendono complicata, com’è possibile che, a distanza di poco tempo, per la stessa vicenda e con identica imputazione due corti emettano sentenze diametralmente opposte tra loro?

La questione, però, non riguarda soltanto i processi dell’Aquila, che pure registrano l’indignazione di molti abruzzesi e familiari delle vittime. Ma su cui è impossibile dare un ulteriore “giudizio sul giudizio” senza ancora conoscere le motivazioni della Corte che ha assolto. Quel che sorprende è che non è la prima volta che un tribunale ribalta il verdetto di un altro tribunale, come testimonia anche il recente e pur assai diverso “caso Cucchi” (tutti assolti, di nuovo, in appello). Ma come dimostra, in particolare, la giustizia di un sistema malato, che ogni giorno alterna condanne e assoluzioni -ma soprattutto assoluzioni- in un crescendo di interpretazioni di norme, di ricorsi a cavilli, di lentezza nelle decisioni a danno della più elementare esigenza per i cittadini. L’esigenza che giustizia sia fatta.

E allora la giostra dei verdetti diversi e a cui non si sa più a quale, se e quanto credere, ripropone la questione irrisolta: il rapporto non equilibrato fra l’imputato super-garantito e la vittima del reato super-dimenticata. La statistica del ribaltone giudiziario è quasi sempre a favore degli accusati, non degli accusatori. Anche ammettendo un eccesso di processi per questioni che in modo diverso potrebbero essere accertate (e che perciò portano alla naturale assoluzione degli imputati), è evidente che qualcosa non funziona più. Chi subisce un’ingiustizia penale, civile o amministrativa, deve sudare sette camicie per sperare d’avere, forse un giorno, ragione in tribunale.

E’ l’ora, dunque, di un nuovo garantismo per i legislatori che fanno le leggi e per i magistrati che le applicano: dare maggiori garanzie a chi chiede giustizia, e che troppe volte continua a essere ignorato.

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